(...) Un giorno che lavoravo in una rivista fotografica da tempo scomparsa,
venne a trovarmi un ufficiale degli Alpini, un reduce che aveva fatto la campagna di Russia
e aveva perso tutto, oggetti e ideologie, meno la macchina fotografica che aveva sempre
tenuto sulla pelle ed era stata caricata alla partenza, nel 1942, con uno dei primissimi
rullini dell'Agfa a colori. Al ritorno aveva fatto sviluppare le diapositive che allora
si ottenevano dal laboratorio una per una in telaietti sigillati di vetro.
Il reduce aveva letto un mio articolo sulla rivista e gli era piaciuto e aveva
pensato di portarmi quelle istantanee perché magari ci scrivessi qualcosa.
In breve finì per lasciarmele: in una si vede un vagone merci con il finestrino
sbarrato da filo spinato e al di là certi volti infelici che guardavano fuori senza speranza.
Una sentinella tedesca passava davanti a quel treno fermo, cosė si intuiva,
da molte ore sotto il cielo d'estate. L'alpino nel tempo che aveva fatto
lo scatto non poteva sapere, poteva forse solo vagamente supporlo,
che quel treno merci trasportava una merce che poi un giorno, anno dopo anno,
in modo crescente, sarebbe diventata diciamo "famosa": trasportava Ebrei
in viaggio verso la fine.
Era la prima volta che mi trovavo davanti alla nascita di Fotografie Spontanee, dove il fotografo,
amatore e appassionato, era stato dapprima catturato dalle immagini che poi aveva preso.
Cosė ho cominciato a riflettere sopra questo "fenomeno" fotografico e decisi forse mezzo
secolo fa di scrivere il libro di adesso: l'introduzione come se fosse una specie
di tema e di progetto. E rimandavo di scrivere il libro di giorno in giorno perché
crescevano insieme due cose: senza una pausa, senza fermarsi: le fotografie della Shoah
aumentavano a dieci, a cento, a mille per volta; e poi il mezzo della fotografia che
dagli ultimi anni si è mutato da analogico in digitale.(...)