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Fotografia Etnografica

Testo di Ando Gilardi da: "Una tecnica di avvicinamento: fotografie di "maciari" lucani e della loro clientela.", Ferrania, rivista mensile di fotografia e cinematografia, anno XI, n. 12, Milano, dicembre 1957.

Autoritratto di Ando Gilardi e la sua Leica IIIc, Lucania 1957."(...) In Lucania, meravigliosa "isola" etnografica racchiusa entro il corpo del nostro Mezzogiorno, il fenomeno dei maciari e delle maciare è particolarmente intenso: al punto da indurre una famosa fondazione americana, la Parapsychology Foundation of New York, ad organizzare una spedizione scientifica per investigare il fenomeno da vari punti di vista: etnografico, medico, psicologico e parapsicologico, sociale, eccetera. A me competeva la registrazione fotografica dei fenomeni inchiestati (...).
La tecnica di avvicinamento ai soggetti si è mostrata ricca di spunti nuovi. Molto sommariamente essa può essere distinta in due capitoli: l'avvicinamento fisico e quello più particolarmente psicologico.
(...) Uno dei maghi più celebri, Ferramosca di Castelmezzano, venne raggiunto dopo una piuttosto... dolorosa cavalcata a dorso di mulo per un tratto, e per un tratto ancora dopo una arrampicata su un impervio sentiero, battuto per giunta da un acquazzone furioso. Evidentemente la tecnica di avvicinamento, fino a questo punto, altro non chiede che buone gambe e molta sopportazione.
La maciara racconta la sua esperienza al Prof. Ernesto de Martino e la sua equipe di studiosi (...) Fino a questo punto niente di straordinario.Qualcosa da dire invece sulla tecnica di avvicinamento ai soggetti nel suo capitolo psicologico. Abbiamo a che fare, nel caso dei maciari, con individui quasi sempre analfabeti o semi analfabeti ma di vivissima intelligenza e dalla lunga pratica professionale. Inoltre essi vivono nello stato d'animo timoroso e guardingo di chi esercita, o crede di esercitare, un'attività illegale: perlomeno la pratica abusiva della medicina, ma peggio ancora. Ne consegue la timorosa coscienza di poter essere accusati di un qualche reato, e la comprensibile ripugnanza a lasciarsi avvicinare da sconosciuti, e soprattutto la violenta reazione alla presa fotografica.
Questa reazione è tanto più violenta, perché proprio la fotografia è per i maciari un "utensile" - uno specifico - fondamentale di buona parte delle loro manipolazioni magiche: e delle fatture d'amore e di morte in particolare. Lasciare circolare attorno proprie fotografie significa per essi non solo esporsi ai fulmini della legge, ma anche a quelli altrettanto temuti della magia. Questo complesso di circostanze cui si debbono aggiungere le ambientali - le spelonche buie e strette dove i maciari vivono e lavorano - rende assai difficile il compito fotografico."

E. De Martino e la sua equipe in ascolto della registrazione di un racconto di magia   La nipote del maciaro di Valsinni, portata al nonno, pochi giorni prima la sua morte   Il maciaro detto Ferramosca, Castelmezzano 1957

E. De Martino e la sua equipe in ascolto della registrazione di un racconto di magia.
 
La nipote del maciaro di Valsinni, portata al nonno, pochi giorni prima la sua morte.
 
Il maciaro detto Ferramosca, Castelmezzano 1957.




Fotografia Arbitraria e Computer Art

Testo di Ando Gilardi da: "L'Infedele", mostra esposta nel SICOF Sezione culturale, Milano, 14-19 marzo 1979.

Sirena. Color G, Milano 1975."Che cosa è la fotografia arbitraria? È la fotografia che non è informazione, la fotografia che non è pubblicitaria, la fotografia che non è promozione, la fotografia che non è ripetizione, la fotografia che non è imitazione, la fotografia che non è " fedele riproduzione", la fotografia che non è "specchio con la memoria", la fotografia che non è esibizione, la fotografia che non è propaganda, la fotografia che non è controinformazione, la fotografia che non è un prodotto, la fotografia che non è un consumo, la fotografia che non è tradizione, la fotografia che non è avanguardia, la fotografia che non è rivoluzione, la fotografia che non è controrivoluzione, la fotografia che è semplicemente un arbitrio del fotografo.
Il lucido fatto a mano. Tutti sanno che il corpo essenziale di una macchina fotografica è la camera obscura e che i pittori la usavano da secoli per copiare dal vero alcune qualitá delle immagini nelle quali cercavano di rappresentarlo il piú fedelmente possibile: l'effetto chiamato prospettiva, le proporzioni fra i particolari (...). Il risultato si mostra come un disegno leggero. e si dice "lucido" perché veniva eseguito su carta lucidata con cera o con olio, per renderla quasi trasparente (...). Poi un giorno si scoperse un sale sensibile alla luce che lo anneriva, insieme ad un altro che fermava l'impressione. Invece di oliare la carta la si bagnó nelle soluzioni di questi due sali riuscendo in questo modo a registrare automaticamente le immagini sul fondo della camera obscura in quello che in principio venne detto "lucido spontaneo" e anche eliografia, fotografia, disegno naturale, e ancora in altri modi con progressiva e dannosa confusione. Roberta n. 16. Color G, Milano 1973 circa. Il lucido spontaneo aveva, ed ha, una qualità per la scienza e un difetto per l'arte: è fin troppo fedele e dal soggetto prende tutto, anche i dettagli che non servono. Questa totalità della fotografia ha una strana conseguenza (...) dopo che è stata fatta a mano, con matita o con pennelli, non si può aggiungerle nulla senza che tutti dicano: è un arbitrio.
L'espressione ha finito per suonare come un rimprovero (...)

Testo di Ando Gilardi da: "Meglio Ladro che Fotografo", Bruno Mondadori, Milano 2007.

(...) Le immagini prodotte dalla luce, attraverso una lente, e proiettate sul fondo di una scatola chiamata camera obscura, erano nella realtà della cultura visiva immensamente più attive e suggestive di quanto non siano oggi i loro cadaveri, le loro salme fredde e mute: le fotografie analogiche appunto, come le intendiamo. (...)
Daguerre, e poi gli altri, Herschel, Talbot, eccetera non hanno inventato la fotografia: ai tempi loro era già secolare. Hanno inventato un procedimento per renderla stabile, per «poterla togliere dalle camere oscure e portarla dove si desidera». Questa frase tra virgolette è presa dai comunicati e dalle relazioni ufficiali del tempo sul "prodigio". Non è mia. Ora, per poter prendere la fotografia, toglierla da dove si formava e viveva, dal fondo delle scatole con l'occhio di vetro, bisognava imbalsamarla con sali d'argento e altri "unguenti" assai fetidi chiamati sviluppo, fissaggio, gelatina, collodio... insomma si trattava di uccidere la bella immagine effimera che sorgeva e tramontava con il Sole. Liquidarla e conciarla per le "vetrine" delle illustrazioni da poco. (...)
L'immagine digitale è in un certo senso la rinascita della fotografia, quella effimera, non surgelata o in gelatina. (...) L' immagine digitale dovrebbe essere il recupero completo alla vitalità, alla cultura delle immagini fatte con le macchine ma portate lontano senza imbalsamarle: lasciandole libere, effimere, fluide, composte di luce. Fototipi puri, ovvero segni prodotti otticamente sui quali è possibile, anzi quasi necessario, intervenire manualmente ed allora si verifica la catarsi di cui aveva capito tutto Courbet: la trasformazione del segno naturale in manufatto dell'Arte. (...)


La vergine folle, Ponzone 2005   Sirena di luce, d'áprès Matisse, Ponzone 2001   Miranda, Ponzone 2002

La vergine folle, Ponzone 2005.
 
Sirena di luce, d'áprès Matisse, Ponzone 2001.
 
Miranda, Ponzone 2002.




BIBLIOGRAFIA
I viaggi nel sud di Ernesto de Martino. A cura di Clara Gallini e Francesco Faeta. Fotografie di Arturo Zavattini, Franco Pinna e Ando Gilardi. Bollati Boringhieri editore s.r.l., Torino 1999.
La medicina popolare in Italia. A cura di Tullio Seppilli. La ricerca folklorica, contributi allo studio della cultura delle classi popolari. Rivista semestrale, n.8, ottobre 1983; Grafo Edizioni, Brescia.
Sud e Magia. Ernesto de Martino, Feltrinelli Editore, Milano 1959.
Un'inchiesta sulla superstizione in Italia. Fattucchiere maghi e scongiuri. testo di Ernesto de Martino da L'Illustrazione Italiana, anno LXXXV, n.5, maggio 1958, pp. 38-45 e 93-94.
Alla luce l'Italia dei maghi. I maciari. Testo di Ando Gilardi da Le Ore. Settimanale di attualità, anno VI, n. 258, aprile 1958, pp. 52-59.





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