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Questione di palme, falò e Carnevale

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Fotografia di Ando Gilardi #andogilardi

Per alcuni giorni l’attenzione dei media è stata occupata dalla scelta del Comune di Milano di arredare piazza del Duomo con palme e dalla successiva notizia di qualcuno che ha deciso di appiccare il fuoco alle piante.
La reazione distruttiva, forse innescata da un corto circuito mentale palma = oriente = Islam alimentato attraverso i social, fa capire quanto ancora i simboli agiscano con grande forza nella mente umana.
Alcuni simboli più di altri e in alcuni periodi in particolare.
Chissà, forse, se si fosse aspettata la Pasqua per piantumare le palme, la loro simbologia di vittoria sulla morte, avrebbe preso il sopravvento frenando le azioni vandaliche. Per gli antichi greci infatti fuoco, palma e risurrezione erano collegati: la pianta era chiamata phoinix, fenice, l’uccello che viveva 1461 anni e moriva bruciando nel nido, per poi rinascere dalla sue ceneri. La pianta era sacra anche al dio solare Apollo, partorito dalla madre Leto abbracciata ad una palma.
Per gli Egizi la palma da dattero era sacra alla dea Hator, ed era considerata l’albero sacro su cui la dea versava l’Acqua della vita, ma questa concezione della palma legata all’immortalità in Oriente passa anche alla figura di Gesù che, risorgendo, aveva sconfitto la morte.
Magari sotto Pasqua l’immagine dell’entrata di Cristo a Gerusalemme, in mezzo a due ali di folla che lo osannava agitando rami di palma e ulivo, ci avrebbe donato una prospettiva diversa su queste palme poste sul sagrato di una chiesa. O forse i social avrebbero ricordato che i martiri cristiani sono tutti raffigurati con la palma, simbolo del loro sacrificio, suggerendo l’idea che queste piante non sono necessariamente “islamiche” e disinnescando l’ira dei fanatici.

Purtroppo invece febbraio è storicamente legato ai falò e al Carnevale, e quando innalzi una pianta in mezzo alla piazza a febbraio, mese in cui il DNA italiano è programmato da millenni a scacciare i diavoli, purificare il mondo e celebrare il sovvertimento, il rischio di rogo lo corri.
Nell’antica Roma febbraio era infatti il mese dedicato a Febris, dea della febbre malarica derivata probabilmente dal dio etrusco Februus, dio della morte e della purificazione, e in seguito assimilata ad uno dei vari aspetti di Giunone, ossia Iunio februata, Giunone purificata. Le celebrazioni per Febris si concludevano con i Lupercalia, antenati orgiastici della nostra festa di San Valentino, mentre il culto di Giunone Februa, nel periodo appena precedente prevedeva processioni notturne di donne munite di fiaccole, che giravano per la città per purificarla da malattie e demoni (rito da cui origina la nostra Candelora).
In varie parti d’Europa tra febbraio e marzo, alla fine dell’inverno era usanza innalzare un albero, raccogliere sterpi e rami alla sua base e appiccare il fuoco, per creare un falò purificatore su cui gettare spesso il pupazzo dell’anno vecchio o di una figura di capro espiatorio di tutti i mali. La cenere di questi falò o i rimasugli bruciacchiati delle torce (così come le candele della Candelora), venivano conservati durante l’anno come protezione dai fulmini o dalle malattie.
Ecco, sapendo questo, nessuno che avesse una minima dimestichezza con l’antropologia e la storia avrebbe scelto come periodo per l’innalzamento di palme, il mese di Febbraio, a meno che non volesse bruciarle ritualmente. Ora è tempo di Carnevale, di travestimenti, libertà, demoni, ribellione e mancanza di freni, necessaria premessa alla purificazione collettiva, che ancora (simbolicamente) passa dal fuoco.

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Autore: stefania lucarelli Postato il : 23-02-2017