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Pacifisti fuori moda

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lavoratori dimostrano contro la guerra, 1935 elaborazione ©Fototeca Gilardi

Non raccontiamoci bugie: il Pacifismo è tragicamente fuori moda.
Da tempo indossiamo con serietà le nostre “felpe mentali” con scritto: “viva la legge della giungla”, ”homo homini lupus”, ”occhio per occhio, dente per dente”, dimentichi del fatto che nel corso della storia i rari periodi di prosperità siano nati dalla collaborazione tra stati e da faticosi sforzi diplomatici per mantenere la pace.
Già disposti ad aprire le nostre privatissime porte alle scaramucce personali, vediamo la guerra esplodere nuovamente sotto i nostri occhi per motivi che un giudice cosmico bollerebbe come “futili” (ma esistono poi motivi di guerra che non siano futili?). Negli ultimi decenni la guerra è infuriata proprio qui, fuori dalla nostra porta e non accenna a placarsi. Prende forme diverse, si sposta di qualche migliaio di chilometri, ma continua a diffondersi e a mietere morti, senza che nessuno osi alzare la testa per dire “Basta!”. Eppure ci sono stati momenti importanti in cui l’umanità ha saputo dire “basta” alla violenza e ha trovato il modo di ottenere risultati senza armi in pugno.
La storia del Pacifismo è piuttosto recente e appartiene essenzialmente alla storia del Novecento, ma in realtà un’antica traccia letteraria di pacifismo la troviamo già nella “Lisistrata” di Aristofane, celeberrima commedia in cui l’arguto autore racconta di un gruppetto di donne greche di varie città del Peloponneso, che decidono di fare uno sciopero del sesso per costringere i mariti, impegnati da tempo in un’estenuante guerra, a cessare le ostilità. A parte la fantasia del commediografo greco, niente nell’antichità produsse però un fenomeno analogo a ciò che oggi chiamiamo Pacifismo, cioè un’ideologia che rifiuta la guerra come metodo di risoluzione dei conflitti tra Stati e che, come movimento collettivo, esercita un’efficace azione politica.
Certo ci furono in passato dei “proto-pacifisti”: personaggi storici come Francesco d’Assisi, che intraprese un’azione diplomatica per pacificare mondo cristiano e mussulmano all’epoca delle crociate o Nicola Cusano il quale riteneva che le tre religioni monoteiste fossero “sorelle” e non dovessero scontrarsi in guerre sanguinose, così come il domenicano Bartolomé de Las Casas, il “protettore degli indios” che per primo denunciò le violenze dei conquistadores in America Latina, o lo stesso Erasmo da Rotterdam, teologo, umanista e filosofo olandese che riteneva la guerra “la causa di tutti i mali”. Allo stesso modo parte del pensiero illuminista potrebbe essere considerato un precursore del pacifismo, con la sua cultura dei diritti umani, la lotta contro il dispotismo e la vocazione anti-schiavista.
Tuttavia il Pacifismo propriamente detto nasce solo all’inizio dell’Ottocento senza una precisa connotazione politica, attraverso la creazione di associazioni sia negli Stati Uniti che in Europa. Il primo congresso internazionale della pace si celebra infatti il 22 giugno 1843 a Londra e nel 1891 nasce a Berna il Bureau International Permanent de la Paix. In Italia è Ernesto Teodoro Moneta (18331918), Premio Nobel per la Pace nel 1907, a diffondere il pensiero pacifista nel paese.
Di lì in poi moltissimi furono gli intellettuali, gli scienziati, i filosofi, i letterati che abbracciarono la causa pacifista, sempre più urgente via via che l’umanità attraversava le due guerre mondiali e il dopoguerra, da Henry David Thoreau (1817-1862) che nel suo saggio “Disobbedienza civile” teorizzò il metodo della resistenza passiva e l’obiezione di coscienza, fino a Bertrand Russel, da Albert Einstein, fino ai nostri italianissimi Aldo Capitini e don Lorenzo Milani.
Le icone internazionali della non-violenza, Martin Luther King e Mohandas Gandhi, ebbero un fortissimo impatto sulla cultura contemporanea tanto da venire uccisi pur di essere fermati, proprio loro che armati solo di parole, avrebbero dovuto essere inoffensivi, secondo ciò che la mentalità corrente pensa del “pacifista-tipo”. Ma il pacifismo non è inoffensivo, è solo disarmato e non punta alla morte dell’avversario.
Il pacifismo non predica debolezza e arrendevolezza: ha fermato la guerra in Vietnam, ha arginato per molto tempo l’espansione nucleare, ha sconfitto l’apartheid in Sudafrica, ha sollevato questioni etiche durante i più grossi conflitti dell’ultimo secolo salvando molte vite umane.
E se ora sembra indebolito o sconfitto, sappiamo che non è così: ha attraversato tutta la nostra storia fino a diventare forte proprio nell’ultimo secolo. Risolleverà la testa molto presto e sentiremo finalmente il suo potente “Basta!” di fronte a questa guerra senza fine.

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Autore: stefania lucarelli Postato il : 09-01-2020