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Origini dell’illuminazione pubblica

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giochi di clown intorno ad un lampione, cromolitografia XX secolo elaborazione ©Fototeca Gilardi

Ricco di vicoli e recessi, non certo libero da malfattori che operavano favoriti dalle tenebre, il territorio italiano nel XVII secolo (all’epoca frammentato in vari regni) era celebre tra i turisti stranieri per la sua completa oscurità notturna, fonte di non poche ansie e critiche. Mentre Parigi (non a caso definita la ville lumière) dopo lunghi tentativi di provvedere alla sicurezza delle strade, fin dal 1667 si dotava di lanterne pubbliche, in Italia ancora le prescrizioni relative all’illuminazione delle strade si limitavano a vaghe raccomandazioni, nei confronti delle famiglie più abbienti, di tenere lanterne o fiaccole accese sotto ai balconi durante la notte e durante le principali feste. Anche nel resto d’Europa torce e lampade a olio poste dai privati fuori dalle abitazioni costituivano le poche fonti di luce a disposizione dei viandanti, mentre un importante contributo all’illuminazione pubblica era dato dalle edicole religiose con i loro lumini e lampade votive, solitamente posizionate in corrispondenza di incroci e costantemente tenute accese dai fedeli, sia in città che per le strade di campagna.
La prima città italiana a “modernizzarsi” in questo senso è Torino, capoluogo piemontese in cui già dal 1675 Madama Reale (Maria Cristina di Francia, duchessa di Savoia) suggerisce la necessità di istallare luci lungo le stradead effetto che si possa camminare sicuri per la città”. Ma è solo nel corso del XVIII secolo che l’illuminazione pubblica inizia a svilupparsi in maniera sistematica. Venezia nel maggio del 1732 impone una tassa speciale su tutti i cittadini per provvedere ad una primitiva illuminazione pubblica, sebbene ancora per lungo tempo ci si continui a rivolgere alle guide notturne, dotate di lanterna. Trent’anni dopo, a Milano, sono ancora necessarie le fiaccole dei lacché per salire in carrozza quando è buio poiché il capoluogo lombardo vede illuminarsi le strade solo nel 1786, tre anni dopo Firenze che però si limita a rischiarare il centro cittadino. A partire dalla fine del ‘700 anche a Lucca, Bologna, Napoli, Palermo finalmente la gente può aggirarsi tranquilla per le vie dopo il tramonto e le attività delle osterie prosperano grazie all’apparizione di lanterne (pubbliche e private)
La vera svolta avviene con la scoperta del gas illuminante nei primi decenni dell’Ottocento che vede apparire i primi  lampioni nella Galleria De Cristoforis a Milano nel 1832, e nel resto del centro città nel 1845. Contemporaneamente anche Napoli e Torino si illuminano “a gas”, mentre il governo pontificio spazza via le tenebre notturne romane nel 1847.
Con la successiva invenzione della lampadina ad incandescenza e il progredire dell’industria elettrica, i sistemi di illuminazione diventano più semplici nella loro applicazione e la luce fornita non solo è più costante, ma può anche essere regolata e centralizzata, senza più ricorrere ai lampionai che percorrono le strade ogni sera e ogni mattina per accendere e spegnere il gas delle lampade cittadine. Nel 1884 sono sempre Torino e Milano a contendersi il primo impianto di illuminazione pubblica elettrica.
Oggi siamo abituati alla luce notturna. Con l’avvicinarsi delle feste invernali le città si riempiono di meravigliose luminarie che ricordano inconsapevolmente l’arcaica festa del Sol Invictus, il ritorno della luce solare dopo l’inquietante buio del profondo inverno, ma è solo un dettaglio “in più”. In realtà ogni notte le nostre strade sono illuminate a giorno, tanto che trovare zone buie per osservare le stelle è impresa ardua. Oggi l’Italia è addirittura tra i primi posti nella classifica dei paesi con maggiore inquinamento luminoso. Strano a dirsi, considerando che la storia dell’illuminazione pubblica vide il nostro paese in coda tra quelli che si dotarono di questo “dispositivo di sicurezza” necessario per percorrere le strade dopo il calare del sole.
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Autore: stefania lucarelli Postato il : 28-11-2018