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Lo sterminio dei lebbrosi

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La purificazione del lebbroso,  da "La Bible" a cura De Sacy XIX sec. elaborazione ©Fototeca Gilardi

L’immaginario medioevale sarebbe incompleto senza la scomodissima presenza di un gruppo di uomini e donne vaganti fuori dai centri abitati, emarginati dalla società, destinatari di rari sentimenti di pietà umana, e molto più spesso di disprezzo e paura: i lebbrosi.
Trattati come capri espiatori in diversi passi della Bibbia (Mosè ne decreta l’isolamento e l’espulsione dietro richiesta divina), reietti della società e cacciati per evitare contaminazioni, in ambito ebraico erano in realtà indicati come “lebbrosi” tutti coloro che presentavano ulcere, piaghe e degenerazioni della pelle particolarmente sgradevoli da guardare e per questo considerati impuri, in quanto colpiti dall’ira divina.
Segnati da uno stigma persecutorio, i lebbrosi, vittime per secoli di un sistematico sterminio, attraversano come una ferita colpevole tutta la storia umana, tanto che ancora oggi la lebbra, o meglio il “morbo di Hansen”, per quanto sia diagnosticabile e curabile, suscita timori medievali.
La lebbra è una delle malattie più antiche dell’umanità, già conosciuta in India dal XV a.C. (i Veda la indicano con uno specifico termine, kushta , collegato ad una parola che significa mangiar via) non era solo curata con un particolare olio, ma trattata con interventi volti alla sua prevenzione.
Si ritiene che questa malattia che si presenta in diverse forme, non tutte infettive, endemica in Oriente, sia stata portata in Occidente nel IV secolo a.C. dalle truppe di Alessandro Magno di ritorno proprio dall’India, per poi essere diffusa dall’altrettanto aggressivo esercito romano in espansione nel Nord Europa.
L’orrendo omaggio dei legionari, presto restituito dalle popolazioni barbare dilaganti verso sud, porta a importanti focolai di contagio in tutta Europa. Il problema della lebbra diviene così grave che nel VII secolo vari sovrani europei sono costretti ad affrontare la questione dal punto di vista legislativo.
Uno dei primi testi che regolamentano, per così dire, il trattamento dei lebbrosi è l’Editto del re longobardo Rotari (643) che riprende pari pari l’ostracismo biblico rimettendo la valutazione del “sospetto lebbroso” nelle mani non di medici, ma di magistrati, come si trattasse di un criminale : “chi è sospetto di essere malato dovrà essere sottoposto a un esame e giudicato da un magistrato o dal popolo; nel caso il sospetto sia riconosciuto come lebbroso deve essere espulso dalla civitas o dalla casa in cui usualmente dimora; il lebbroso perde il diritto di poter alienare i propri beni, poiché è come se egli fosse morto“.
La difficoltà di capire l’origine della malattia (che oggi sappiamo provocata da un batterio), la convinzione che fosse, nel migliore dei casi, una malattia ereditaria e, nel peggiore, giusta conseguenza di inimmaginabili peccati di lussuria, oltre all’impossibilità di curarla e alla sua infettività (non sempre attestata), nel giro di poco tempo portarono alla persecuzione sistematica dei lebbrosi, al pari di streghe ed eretici.
Secondo le fonti dell’epoca, tra la fine dell’XI e il XIV secolo la lebbra in Europa avrebbe toccato la massima diffusione colpendo centinaia di migliaia di persone e decretandone la morte naturale, o per mano delle autorità, o a causa delle concomitanti epidemie di peste di metà Trecento, sebbene i dati epidemiologici siano fortemente falsati dalla “psicosi” collettiva che colpì la popolazione e che portò anche il III Concilio lateranense (1179) a decretare la segregazione dei lebbrosi e l’istituzione di cimiteri separati da quelli dei “sani”.
Nel 1215 i vertici della Chiesa stabilirono che i lebbrosi si rendessero riconoscibili alla comunità indossando abiti speciali: “una cappa grigia o (più raramente) nera, un berretto e un cappuccio scarlatti, talvolta la bàttola (cliquette) di legno.” Nel 1290 venne loro imposto un distintivo rosso sul petto o su una spalla a forma di zampa d’anatra, forse allusione alla deformità degli arti, oppure una croce gialla; al collo una campana e in mano un bastone per indicare ciò che volevano acquistare o per raccogliere la coppa delle elemosine, evitando ogni contatto.
Per fortuna nello stesso periodo, in alcuni ambiti religiosi, una piccola incrinatura aprì la strada ad un atteggiamento più umano: l’osservazione che la lebbra colpiva stranamente anche alcuni guerrieri di Dio, i crociati, che lo stesso re Baldovino IV (1161 – 1185), campione della cristianità fosse lebbroso fin dall’infanzia e l’ipotesi che forse il profeta Giobbe ai suoi tempi non fosse stato punito, ma “premiato” da Dio con questa malattia che lo aveva portato più vicino al Cielo, spinse gli animi più caritatevoli ad avvicinarsi al mondo dei lebbrosi per alleviarne le sofferenze. Vediamo così San Francesco d’Assisi (1182-1226), assiduo nel suo recarsi ad assistere i malati, pronto a pescare il cibo con le mani dalla stessa ciotola di un lebbroso, e regine come Elisabetta d’Ungheria (1207 – 1231) dedicarsi totalmente alle persone colpite dalla lebbra, donando grandi risorse per la fondazione di lazzaretti e ospedali destinati alle cure e all’assistenza di chi portava sulle spalle il peso della croce.
La grande epidemia di peste del 1349, o meglio 30 anni di epidemie varie che falcidiarono vite nella seconda metà del Trecento, colpendo gli individui più deboli, ridussero anche il numero di lebbrosi in Europa, ma non abbastanza da permettere che il contagio, due secoli dopo, non sbarcasse sulle coste dell’America latina al seguito dei conquistadores (oggi il Brasile è uno dei paesi più colpiti dal morbo di Hansen).

La giornata mondiale della lebbra si tiene ogni anno l’ultima domenica di gennaio e la prossima cade il 27 gennaio 2019.

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Autore: stefania lucarelli Postato il : 19-09-2018