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L’Io, il Super-Io e il Gatto con gli Stivali

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“C’era una volta un mugnaio che, morendo, non lasciò altra eredità ai suoi tre figliuoli che un mulino, un asino e un gatto. Al maggiore andò il mulino, al secondo l’asino e il più giovane dei fratelli dovette accontentarsi del gatto.“

Tutti conoscono la fiaba del “Gatto con gli Stivali“, recentemente celebrata in un altro bel cartone animato della Dreamworks.
Ma chi è questo animale parlante che, nella fiaba, si mette al servizio di una ragazzo orfano e senza risorse?
Alcuni psicologi direbbero che è il suo “istinto animale”, quello che ricade sotto la definizione freudiana di “Es”.

Le fiabe presentano una struttura costante in ogni cultura e possono essere ricondotte a quelli che Gustav Jung chiamò archetipi, cioè immagini simboliche universali innate, che individui di culture e razze diverse condividono da sempre.
Non esiste praticamente popolo che, accanto alla sua mitologia, non abbia le sue fiabe e in tutte si riscontra una singolare analogia di temi, spesso indipendenti dai reciproci contatti, pur negli adattamenti regionali e locali.
Della storia di Cappuccetto Rosso esistono almeno 40 versioni presso diversi popoli e culture; della trama di Cenerentola si trovano addirittura 345 versioni, in Europa, in Asia e in Africa: quel che cambia è solo il nome della fanciulla.
La circolarità dei medesimi motivi dimostra che la fiaba rappresenta un prodotto dell’anima universale, comune a tutti i popoli.

Questi racconti che, come ben sapevano i fratelli Grimm, affondano le loro radici nel mito e nei riti di iniziazione primitivi, aiuterebbero il bambino a  riordinare il caos del suo mondo interiore, in cui convivono elementi inconciliabili come l’amore e l’odio, la bontà e la cattiveria, l’istinto e la razionalità, il desiderio e la norma.

La fiaba, “proiettando” tutte queste istanze psichiche su personaggi ben distinti tra loro (l’eroe, la strega, lo strumento magico, l’orco), indica un percorso per risolvere la scissione iniziale tra emozioni contrastanti, che ha creato nel bimbo disorientamento e paura.
Una grande psicologa infantile come Françoise Dolto affermava che “i bambini hanno bisogno di raccontare favole quando qualcosa risulta troppo difficile da accettare”.

Lo stesso Freud per descrivere gli elementi della psiche umana creò tre “personaggi”: Io, Es e Super-Io, simboli separati di qualcosa che invece dentro di noi è indistinto.
L’Io nella fiaba è il protagonista, di solito un bambino o una bambina, il figlio minore, il più sempliciotto o quello che viene allontanato da casa: indica l’individuo fragile che ancora non sa come affrontare il mondo esterno e le sue contraddizioni.
Il Super-Io, cioè il “controllore” dell’inconscio, è nel racconto il personaggio (umano, semi-umano o animale) che indica obiettivi alti e difficili da raggiungere, che mette alla prova il protagonista o che risolve una situazione mostrando padronanza di sé.
L’Es, il mondo istintuale, è invece simboleggiato dagli animali, immancabili figure magiche che possono essere positive o negative, a rappresentazione degli istinti incontrollabili o vitali.
Così il Lupo cattivo è il nostro impulso sessuale distruttivo; il Gatto con gli Stivali è il nostro personale ingegno, l’istinto di sopravvivenza non ereditato, ma frutto di grandi sforzi; il capriolo in “Fratellino e Sorellina”, il simbolo della mancanza di autocontrollo, e così via.
Suggestivo incipit fiabesco, simbolicamente denso di significati, è anche quello della Divina Commedia in cui Dante, perso in una selva oscura, fa conoscenza con i suoi più bassi istinti, non a caso nelle vesti di tre fiere: una lince, un leone e una lupa.
Come se la sia cavata poi, è cosa nota.

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Autore: stefania lucarelli Postato il : 04-07-2012