~ Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi ~

Labirinti per ritrovarsi e perdersi

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Teseo e Minotauro dal frontespizio di Fedra, D'Annunzio 1909 elaborazione ©Fototeca Gilardi

Il primo labirinto che la storia ricordi, o almeno il più famoso, risale a cinquemila anni fa.
È la celebre opera progettata da Dedalo all’interno del palazzo di Cnosso a Creta, in cui il re Minosse nascondeva il Minotauro, l’uomo dalla testa di toro nato dalla moglie Pasifae al quale Atene era costretta a tributare ogni anno un sacrificio umano di 7 ragazzi e 7 fanciulle. Il mito racconta che Teseo, figlio di Egeo re di Atene, deciso a porre fine all’ecatombe risolse di imbarcarsi insieme alle altre vittime destinate a Creta, allo scopo di uccidere il Minotauro. La principessa cretese Arianna, innamoratasi del principe ateniese volle donargli un gomitolo di filo d’oro da srotolare lungo il percorso per trovare la strada del ritorno. Grazie ad esso Teseo riuscì ad attraversare gli intricati corridoi del labirinto e ad uccidere il feroce Minotauro, riportando indietro sani e salvi i giovani ateniesi destinati ad essere sacrificati al mostro.
Per rispettare il pathos drammaturgico non dovremmo rivelare che il contributo di Arianna era del tutto inutile, ma purtroppo è così: il labirinto di Cnosso infatti aveva una struttura detta “monocursale” cioè costituita da un solo percorso possibile, privo di bivi ciechi o di strade alternative, il quale conduce obbligatoriamente al centro e dal centro all’esterno, senza pericolo di perdersi, a dispetto della leggenda.
In quanto simbolo del caos primordiale al quale l’uomo impone un ordine, il labirinto con la sua forma a spirale che ricorda un serpente arrotolato (l’energia Kundalini dormiente?), o le viscere, o le volute del nostro cervello, evoca il terrore di perdersi, di non superare le difficoltà, di non ritrovare più “il bandolo della matassa” in situazioni intricate da cui non vediamo via d’uscita. Il movimento sinuoso che seguiamo al suo interno, ci avvicina al centro, per poi allontanarcene varie volte e infine riportarci al cuore del percorso raccontando l’andamento naturale di ogni impresa umana volta a raggiungere l’infinito, l’inconoscibile, ad andare oltre i confini che la natura ci impone.
Molto spesso infatti i labirinti erano costellati di simboli raffiguranti la morte, soprattutto in epoca romana quando il labirinto cambiò forma e iniziò ad essere utilizzato in modo rituale in occasione di riti funebri o fondazioni di nuove città. Lo sviluppo del labirinto romano intorno ad una croce centrale con quattro quadranti collegati tra loro interamente da percorrere prima di arrivare al centro, trovò la massima espressione in epoca medievale quando la croce centrale venne sovrapposta alla figura di Cristo e il percorso intricato e pericoloso, venne paragonato alla vita del vero cristiano, irta di tentazioni e deviazioni. La Fede, non più la ragione, divenne il “filo di arianna” capace di condurre il cristiano al proprio obbiettivo esistenziale in questo labirinto divenuto ottagonale, per evocare il concetto di infinito e di rinascita spirituale.
Tra il XII e il XIII secolo in moltissime cattedrali gotiche apparvero labirinti pavimentali che non avevano solo uno scopo decorativo, ma rappresentavano un vero e proprio “pellegrinaggio” che poteva sostituire quello in Terra Santa per chi non aveva la possibilità di compierlo fisicamente. I fedeli dovevano percorrere in ginocchio, con un rosario al collo e pregando, le volute del labirinto per raggiungere il centro e poi tornare all’inizio.
È solo in epoca rinascimentale che il labirinto diventa “laico” e multicursale, cioè un luogo dove le strade si moltiplicano e vari bivi finiscono in vicoli ciechi: ormai l’uomo può perdersi senza trovare più la via di uscita, niente è certo nel percorso che può farci raggiungere noi stessi e riportarci alla luce. La vita è piena di trappole e deviazioni, ma è anche un passatempo divertente in cui il centro può essere raggiunto da più di una strada, basta munirsi di ingegno. Vediamo così nascere i celebri labirinti di siepi nei giardini dei palazzi nobiliari, trastullo dagli aristocratici e luogo di incontro degli amanti in cui l’errore e il perdersi fanno parte dell’intrigante gioco dell’inseguimento amoroso.

Autore: stefania lucarelli Postato il : 03-09-2018