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La nascita del costume popolare

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Costumi tradizionali  varie stampe depoca, elaborazione  ©Fototeca Gilardi

Uno degli elementi più folkloristici e amati della nostra tradizione è costituito dai coloratissimi abiti popolari che tutti noi immaginiamo tramandati nei secoli, attraverso le generazioni, fino ad allietare le nostre rievocazioni storiche e le nostre sagre odierne. Lunghe gonne di panno, corpetti e scialli ricamati, pantaloni a sbuffo, gilet e cappelli di feltro, zoccoli e stivali, nastri, nappe, fiocchi, camicie immacolate: nella fantasia popolare sono questi gli elementi principali dell’abbigliamento “festivo” dei contadini italiani. In realtà i pittoreschi abiti tradizionali e regionali che campeggiano nelle meravigliose stampe, soprattutto ottocentesche, che tutti conosciamo e di cui possiamo trovare centinaia di esempi in archivio, non descrivono affatto quello che era stato per secoli il modo di vestire del popolo, o meglio, non corrispondono a un abbigliamento codificato che avrebbe avuto origine, come si crede, in un passato molto lontano.
Se si prende in considerazione l’iconografia storica, il popolo non sembra avere una precisa identità per quel che riguarda il modo di abbigliarsi: i poveri, i contadini, i popolani nei dipinti, nelle stampe, nella letteratura per secoli appaiono vestiti miseramente, con abiti dai colori scuri e anonimi, di tessuto grezzo e piuttosto informe. Quando e come nasce, quindi, il “racconto” intorno all’abbigliamento popolare?
È facile collegarne la nascita con il risveglio di un interesse etnografico da parte delle élites culturali europee, conseguente all’espansione coloniale e al fenomeno delle esplorazioni geografiche. A partire dal XVI secolo, infatti, l’attenzione degli studiosi e degli appassionati viaggiatori iniziò a fissarsi non solo sulle abitudini e sui codici estetici delle popolazioni lontane, ma via via anche su quelle dei ceti sociali subalterni. Inizialmente quindi, accanto alle splendide raccolte che illustrano gli usi e i costumi esotici, si diffondono anche le raccolte, costituite per lo più da serie di incisioni, che pongono l’attenzione soprattutto alle arti e ai mestieri del popolo, raffigurato con gli attrezzi da lavoro e con i relativi abiti del mestiere.
Con il passare dei secoli, dopo la Rivoluzione Francese e, ancor più dopo la Rivoluzione Industriale e l’inurbamento di grandi masse nelle città, le popolazioni rurali iniziarono ad essere viste in ottica “romantica”. È noto come i viaggiatori del Grand Tour fossero tanto interessati alle antichità quanto agli aspetti più popolari dei paesi che attraversavano, tanto da subire una certa fascinazione anche da fenomeni come quello del brigantaggio, oggetto di racconti avventurosi ed edulcorato dalla ferocia che indubbiamente lo caratterizzava. La stessa sorte nel corso dell’Ottocento la subirono appunto i costumi popolari e l’estetica rurale che furono oggetto di un’opera di “abbellimento”, di recupero, di organizzazione, di strutturazione etnologica sulla spinta di un interesse come quello romantico, particolarmente sensibile alle manifestazioni più “autentiche” dello spirito dei popoli e al loro desiderio di autodeterminazione.
È appunto in quel momento che lentamente viene codificato il “costume regionale” caratteristico di ogni zona, in particolare di quegli Stati, come l’Italia, appena nati e ancora profondamente rurali. A questo proposito non possiamo dimenticare la particolareggiata descrizione che, nei Promessi Sposi, Alessandro Manzoni fa dell’acconciatura e dell’abbigliamento “da sposa” di Lucia Mondella, che richiama appunto quello che noi oggi identifichiamo con l’abito tradizionale Lombardo.
Curioso, a proposito di questo processo di ricostruzione culturale dell’abbigliamento popolare originario, è la vicenda del kilt scozzese, che in realtà consisteva in una lunga stola di tartan che gli uomini del popolo portavano buttata su una spalla, fermata in vita da una cintura: fu ad opera di un imprenditore inglese del ‘700 che la lunga coperta dei contadini scozzesi divenne una gonna, realizzata, resa celebre (e venduta) grazie a quello che oggi definiremmo un efficacissimo “storytelling”, cioè la leggenda dei diversi colori e delle diverse trame che avrebbero distinto anticamente i clan delle Highlands.

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Autore: stefania lucarelli Postato il : 30-01-2020