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Il Culto dei Re Magi

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i Magi e la cometa incisa sul sarcofago  - elaborazione ©Fototeca Gilardi

Quando l’imperatrice Elena, madre di Costantino, si convertì al Cristianesimo decise di partire alla ricerca di tutte le reliquie che fosse possibile trovare nei luoghi dove Gesù era vissuto e dove soprattutto era morto. Dotata di una fortuna che ha del miracoloso e, si dice, aiutata da alcune famiglie autoctone, a più di due secoli dalla morte di Cristo trovò una notevole quantità di oggetti sacri: la cosiddetta Vera Croce, i chiodi usati per crocifiggere Gesù, l’iscrizione col motivo della condanna ( “Gesù Nazareno,re dei giudei”), la  corona di spine e anche la tunica che i soldati si erano giocati a dadi sotto la croce. Durante questa febbrile ricerca Sant’Elena dichiarò di aver trovato anche le reliquie dei Re Magi, i quali, non si sa bene per quale strano destino, avevano trovato la morte come martiri proprio in Palestina, ben lontani dalla Persia, loro terra d’origine. Traslati i preziosissimi resti di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre nella Cattedrale di Santa Sofia, Costantino ne aveva poi fatto dono al nuovo Vescovo di Milano, Eustorgio che eresse una basilica ad essi dedicata proprio dove si era impantanato il carro con il quale era stato trasportato il “sarcofago a tre piazze” dei Magi. Tuttavia nel 1164 le spoglie dei Re Magi, “trovate compatte nelle ossa e nelle nervature” e tenute unite da una fascia d’oro, erano state spostate per volontà di Federico Barbarossa nella cattedrale di Colonia. Questo non impedì ai milanesi di celebrare per secoli il culto dei Magi (ribattezzati come Dionigi, Rustico ed Eleuterio) con una processione a cavallo con seguito di servitori e bestie esotiche, nonostante in Sant’Eustogio fosse rimasto soltanto un sarcofago vuoto.
Centosettant’anni dopo il furto delle reliquie da parte del Barbarossa però, un vecchio mercante veneziano prigioniero a Genova, famoso per aver viaggiato decenni in tutto l’Oriente ricoprendo importanti cariche al servizio del Gran Khan, dettava al compagno di cella le sue memorie, raccontando una strana versione della storia dei Magi. Ecco le sue parole.
«In Persia è la città ch’è chiamata Sabba (Sawa), dalla quale, partirono li tre re ch’andarono ad adorare a Cristo quando nacque. In quella città sono seppelliti gli tre magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi e co’ capegli. L’uno ebbe nome Baltasar, l’altro Merchior, e l’altro Guaspar. Messer Marco domandò più volte in quella città di questi tre re: niuno gliene seppe dire nulla, se non ch’erano tre re seppelliti anticamente. E andando (viaggiando per) tre giornate, trovarono un castello chiamato Galasaca, cioè a dire, in francesco (francese), castello degli adoratori del fuoco. È ben vero che quegli del castello adorano il fuoco, e io vi dirò perché. Gli uomini di questo castello dicono che anticamente tre re di quella contrada andarono ad adorare un profeta lo quale era nato, e portarono tre offerte: oro per sapere s’era signore terreno (un re della terra), incenso per sapere se era Iddio, mirra era per sapere se era eternale (immortale).»
In vari punti del Milione Marco Polo (è lui ovviamente il curioso Messer Marco che si informa sui Magi) riporta la presenza di cristiani nestoriani in molte delle regioni che aveva avuto occasione di attraversare, dall’India alla Cina, all’Iran ed è noto che i nestoriani attribuivano una grande importanza al culto dei Magi, sacerdoti zoroastriani provenienti dalla Persia famosi per il loro culto del Fuoco. Il racconto di Marco Polo così prosegue raccontando la leggenda persiana in cui, ad un tratto, il Fuoco perpetuo degli zoroastriani pare avere origine proprio da un dono del piccolo essere divino appena nato.
«E quando furono ove Iddio era nato, lo minore andò in prima a vederlo, e parvegli di sua forma e di suo tempo (che fosse simile a lui per aspetto ed età); e poscia il mezzano, e poscia il maggiore, e a ciascuno per sé parve di sua forma e di sua etade; e reportando ciascuno quello ch’aveva veduto, molto si maravigliarono e pensarono d’andare tutti insieme. Andando insieme, a tutti parve quello ch’era, cioè fanciullo di tredici giorni. Allora offersono l’oro e lo incenso e la mirra, e il fanciullo prese tutto; e lo fanciullo donò agli tre re uno bossolo (un cilindro) chiuso, e gli re si mossono per tornare in lor contrada. Quando li tre magi ebbero cavalcate alquante giornate, vollono vedere quello che ‘l fanciullo aveva loro donato: apersero lo bossolo, e quivi trovarono una pietra, la quale aveva loro data Cristo in significanza che stessono fermi (rimanessero saldi) nella fede, ch’aveano cominciata, come pietra. Quando viddero la pietra molto si meravigliâro e gittâro la pietra nel pozzo, un fuoco discese dal cielo ardendo e gittossi in quel pozzo. Quando gli re viddono questa meraviglia, penteronsi (si pentirono) di ciò ch’avevano fatto. E presono di quello fuoco e portaronne in loro contrada, e puoserlo in una loro chiesa. E tuttavolta (perennemente) lo fanno ardere, e adorano quello fuoco; e quando si spegne, vanno all’originale, che sempre istà acceso; né mai nollo accenderebbono se non di (da) quello. Perciò adorano lo fuoco quegli di quella contrada. E tutto questo dissono a Messer Marco Polo; ed è veritade.»

Ecco la verità sui Re Magi raccolta dal viaggiatore e mercante Marco Polo, alla faccia di sovrani scopritori e traslocatori di reliquie.

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Autore: stefania lucarelli Postato il : 23-12-2019