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Difficoltà di satira

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Testata de 'Il Pasquino', settimanale umoristico di Torino metà del XIX secolo, elaborazione ©Fototeca Gilardi

La temperatura della satira in Italia da sempre oscilla tra il caldo e il tiepido, assestandosi su gradi di dubbia efficacia, soprattutto negli ultimi decenni. Da qualche tempo a questa parte sembra infatti scomparsa l’ironia (con poche luminose eccezioni) e soprattutto, nel pubblico, la capacità di comprenderla. Ormai siamo oltre la censura, divenuta superflua.
Forse complice il dilagare di fake e bufale, ultimamente la percezione comune si è assestata sul significato “letterale” dei messaggi e, incapace di distinguere il vero dal falso, per timore di credere a tutto diffida della satira, da sempre strumento di riflessione e critica verso i meccanismi del potere e indispensabile antidoto alla menzogna manipolatoria.
Certamente sui social alcuni baluardi umoristici, quando non apertamente satirici si trovano, ma gli scivoloni verso la tiepida inefficacia da una parte o l’aperta crudeltà dall’altra sono sempre in agguato. D’altronde della stessa malattia soffrivano anche i celebri fogli di satira politica che vissero un momento d’oro in Europa da metà Ottocento al secondo decennio del Novecento e che, come accade oggi, a volte cavalcarono lo strumento delle “fake news” per puro divertimento.
Una delle più celebri riviste satiriche dell’epoca è una pubblicazione francese dall’evocativo nome di Trombinoscope, termine che potrebbe essere tradotto come “Osservatorio delle facce” (evoca Facebook, ma era tutt’altro) che dedicava ogni numero ad una personalità importante della sfera pubblica. Sulle copertine de “Le Trombinoscope” campeggiavano le caricature dei pezzi grossi della politica internazionale intenti a giocare ai burattini con le regioni contese (come il cancelliere Bismarck), o seduti ad espletare i propri bisogni (come l’imperatore Napoleone III), ma anche gloriosamente ritratti da eroi (come Giuseppe Garibaldi e la maggior parte degli scrittori graditi agli autori). Molto meno allineato, sempre in ambito francese, fu invece il periodico satirico “La Lune” poi divenuto “L’Eclipse” a causa dei veti della censura che si abbattevano spesso sull’attività di feroce critica politica oscurandone i contenuti.
In Italia, la vita della satira tra Otto e Novecento si concluse, si sa, con l’avvento del fascismo (celebre per la sua mancanza di sense of humor), ma per qualche decennio diede vita a vivaci riviste tra le quali campeggia “Il Pasquino” illustrata dal celebre vignettista Casimiro Teja a cui dobbiamo la celebre espressione: “Piove, governo ladro!” (didascalia di una vignetta che illustrava così il disappunto di manifestanti mazziniani per il maltempo che aveva compromesso la protesta). Il primo numero del Pasquino uscì il 27 gennaio 1856 e rimase in vita fino a che, nel 1930 non fu costretto a sospendere la propria attività. Il suo taglio più che satirico era blandamente umoristico, mai troppo fuori dalle righe o feroce, particolarmente affezionato a metafore alimentari che vedono D’Annunzio trasformarsi in zucca e il ministro Di Rudinì in cuoco di gamberetti, o religiose con Crispi che suona la tromba del giudizio o in veste di Zeus che dà udienza a supplicanti ministri.
Prima socialista e poi ferocemente anticlericale fu il settimanale “L’Asino” uscito tra il 1892 sospeso nel 1925 perché approdato ad un socialismo fortemente anti-mussoliniano.
Vita più breve ebbe invece “Il Becco giallo” apertamente antifascista e dotato di un linguaggio più critico e tagliente, che aprì nel 1924 per essere chiuso dopo solo due anni di attività manifestando sempre il proprio dissenso nonostante la censura, come nella vignetta in cui il merlo (col becco giallo chiuso da un lucchetto), trova comunque il modo di “farsi sentire” da un torvo uccellaccio con la testa del Duce.

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Autore: stefania lucarelli Postato il : 20-02-2019