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Cento anni fa, il primo voto proporzionale

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Elezioni, Italia 1919 - Elaborazione ©Fototeca Gilardi

È la mattina del 16 novembre 1919.

Nei 54 collegi elettorali sparsi per il paese, gli scrutatori vedono affluire per la prima volta al seggio non solo gli analfabeti, già elettori dal 1912, ma anche i ventenni e i minorenni che avessero partecipato alla recente Grande guerra. Pochi mesi prima il Parlamento a maggioranza liberale aveva allargato la base elettorale, allora limitata ai maschi con più di 30 anni, abbassando la soglia per il voto alla maggiore età di 21 anni, prevedendo l’eccezione dei minorenni reduci. Si tratta di una concessione promessa dal Governo in tempo di guerra: un ultimo sacrificio in cambio del diritto a decidere da chi essere governati. Ma siamo in pieno Biennio Rosso (19191920), la crisi economica stringe alla gola la cittadinanza e, pur vincitori del conflitto, gli italiani vivono come degli sconfitti: il paese ha subito enormi perdite, l’industria non ha ancora operato una riconversione, i disoccupati sono migliaia e i contadini soffrono la fame.
Solo due anni prima in Russia è esplosa la Rivoluzione sovietica e il popolo è in fermento: gli operai e i contadini russi, i più oppressi d’Europa, si sono appropriati delle terre e del potere, hanno ucciso gli sfruttatori e ora si autogovernano e gestiscono da soli le fabbriche …un sogno per molti che, tornati fisicamente e psicologicamente devastati dalla guerra, non hanno di che vivere.
Mentre Governo e Capitale stringono i ranghi per ridare forza alla produzione post bellica spremendo fino all’ultima goccia di sangue i lavoratori (il progetto è quello di aumentare forzosamente la produttività dimenticando i diritti, almeno per il tempo necessario a ripartire) la popolazione già messa a tappeto dal recente conflitto, non ci sta. Esplodono rivolte in molte fabbriche, i contadini si sollevano reclamando le terre promesse in tempo di guerra, i reduci, spesso mutilati reclamano una pensione dovuta, dopo aver lasciato letteralmente un pezzo di se’ in trincea. Nel giugno 1919 i focolai di rivolta si moltiplicano: prima La Spezia, poi Genova, Torino, Milano giù giù in tutta Italia. Gli operai scioperano, occupano le fabbriche e si organizzano come “guardie rosse”, i contadini occupano le terre e le rivendicazioni economiche si mescolano con quelle politiche.
Da pochi mesi sono nati due partiti che faranno la storia: a gennaio il Partito Popolare Italiano, di ispirazione cattolica, fondato da Don Luigi Sturzo; a marzo i Fasci di combattimento di Benito Mussolini, ex socialista che si propone come argine al disordine.
Il Partito socialista, fondato nel 1892, si spaccherà a breve (1921) dando vita al Partito Comunista di ispirazione rivoluzionaria, assai vicino alle rivendicazioni di operai, braccianti e mezzadri.
Le rivolte e i disordini vengono variamente repressi, ma senza successo: la rabbia è tanta e la fame ancora di più. Anche il ceto medio è in sofferenza e teme “lo spettro rosso”.
I liberali al Governo non hanno scelta: ormai è giunto il tempo dei Partiti di massa, gli unici nati dalle istanze del popolo e capaci – forse – di contenere i disordini e di rappresentare meglio gli Italiani usciti dal Primo conflitto mondiale. Il 15 agosto 1919 viene varata la nuova riforma elettorale che introduce per la prima volta il sistema proporzionale per rappresentare in Parlamento i nuovi partiti nati “dal basso”.
Sui manifesti compare per la prima volta lo scudo crociato del Partito Popolare, che si presenta con il Partito Socialista in quasi tutte le circoscrizioni. I socialisti vinceranno queste elezioni post belliche con il 32% dei voti, seguiti dal neonato Partito Popolare con il 21% e il Partito Liberale ridotto ormai al 16%.
I Fasci di Combattimento di Benito Mussolini, sono tra le 21 liste del Partito dei combattenti.
Non si aggiudicheranno nemmeno un seggio, ma la loro ascesa sarà fulminea: ponendosi come “mano armata” della piccola borghesia e dei proprietari terrieri, nel giro di un paio d’anni soffocheranno con minacce e inaudita violenza le rivolte popolari fino a diventare, nel 1921, il terzo partito del paese e dare inizio, l’anno successivo, al ventennio fascista.

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Autore: stefania lucarelli Postato il : 13-11-2019