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Campane, campanacci, campanelli … tweet!

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Che differenza c’è tra un tweet e uno scampanellìo?
Infondo nessuna: entrambi sono un “richiamo”, un modo per  connettersi (si direbbe oggi) o per riunirsi (si sarebbe detto ieri).
Campanelli e campane hanno un’origine antica.
Già i Fenici e i Celti utilizzavano questi strumenti per accompagnare le loro cerimonie sacre, mentre i Greci e i Britanni li scuotevano in battaglia per impaurire i nemici o per onorare gli Dei.
Gli antichi Romani usavano delle campanelle per richiamare i bagnanti alle terme, invece i sommi sacerdoti ebrei pare potessero accedere al Sancta Sanctorum rimanendo incolumi al cospetto di Dio, solo grazie ad un abito arricchito da innumerevoli sonagli.
Le campane precristiane e cristiane in Europa erano di lamina di ferro, simili ai campanacci delle mucche. Quelle in bronzo cominciarono ad essere prodotte solo intorno all’VIII secolo, ma la tradizione vuole che il primo ad utilizzarle per radunare i fedeli sia stato San Paolino, vescovo di Nola, nel V secolo.
Questa leggendaria provenienza fece sì che gli antichi “tintinnabula aurea” prendessero il nome di “campane”.
Originariamente proprio i vescovi agitavano un campanaccio per richiamare la folla in occasione di cerimonie sacre, ma con il tempo le campane dalla mano del vescovo, salirono sui campanili, divennero molto più grandi e la loro voce si fece più potente, ad imitazione perfetta di ciò che volevano rappresentare, cioè la voce di Dio.
La loro aura sacra e magica aumentò così tanto da essere benedette in presenza di padrini e dedicate ad un santo, prima di essere poste sui campanili.
Destinate a scandire ogni momento della giornata religiosa per decreto di Papa Sabiniano, nella civiltà rurale le campane  hanno sempre avuto il compito, mediante specifici linguaggi in codice musicale, di annunciare nascite e morti, matrimoni, catastrofi climatiche, guerre e avvenimenti importanti. Con le campane si poteva allertare la popolazione all’arrivo dei grossi temporali, della grandine, ma anche di pirati, oppure in caso di incendio e pestilenza.
Ancora oggi su molte campane antiche è possibile leggere formule come queste: “a fulgure et tempestate libera nos Domine” (Signore liberaci dalla folgore e dalla tempesta) oppure “Defunctos ploro-nimbos fugo-festaque honoro” (Piango i defunti – scaccio i fulmini - e onoro le feste).
E innumerevoli sono le leggende intorno al loro potere magico.
Si credeva che il divino suono potesse scacciare i demoni e che impedisse al diavolo di rapire i bambini.
Una leggenda legata all’usanza di ”legare” le campane a ricordo della passione e morte di Cristo, per poi ”scioglierle” durante la messa pasquale, ha dato origine alla credenza secondo cui la notte del Venerdì Santo le campane di tutte le chiese si levano in volo e raggiungono Roma, dove vengono benedette dal papa. Ritornano poi, silenziose, nei loro campanili, dove il giorno di Pasqua suoneranno a festa.
Moltissimi sono i racconti popolari di campane che suonano da sole per annunciare grandi gioie o sventure, spesso dopo essere affondate sott’acqua, o di altre che pronunciano il nome di chi le ha fuse o di persone scomparse.
Numerosi sono anche i Santi associati alle campane: Sant’Agata protettrice dei fonditori, San Guido da Anderlecht e Santa Barbara patroni dei campanari, Sant’Antonio Abate che viaggiava con una campana per allontanare il demonio e infine San Patrizio che, durante le predicazioni in Irlanda, non si separava mai dal suo strumento col quale liberò l’isola dai serpenti.  Si dice che alla sua morte fu seppellito con la sua campana, ma trecento anni dopo, questa suonò dalla tomba del santo e salvò il paese che stava per essere devastato da un incendio.
Chissà che il prossimo 21 dicembre un …  sacro tweet non salvi anche noi!

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Autore: stefania lucarelli Postato il : 30-03-2012