~ Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi ~

Recensioni e pretesti: istruzioni per l’uso

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Istruzione per l’uso delle Istruzioni per l’uso. Da guardare prima.

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Mille e una notte- Roberto Villa

“L’oriente di Pasolini. Il fiore delle mille e una notte” fotografie di Roberto Villa a cura di Alessandro Cavazza con testi di Gian Luca Farinelli, Roberto Chiesi, Roberto Villa, Francesco Perego, Giulia Massari, Pier Paolo Pasolini. Catalogo della mostra “L’oriente di Pasolini. Il fiore delle Mille e una notte nelle fotografie di Roberto Villa”, Bologna Sala espositiva Cineteca di Bologna,  26 maggio – 7 ottobre 2011; Edizioni Cineteca di Bologna, via Riva del Reno 72 – 40122 Bologna; www.cinetecadibologna.it ; formato 16×17 cm; 120 pagine; 60 fotografie a colori; brossura; prezzo € 12,00


Roberto Villa mi manda con dedica per cui lo ringrazio un suo volumetto su Pasolini, dove la metà sono testi e l’altra metà sue fotografie prese a Pier Paolo e all’ambiente in Medio Oriente dove si era recato per girare un suo film. Le fotografie mi hanno riempito di nostalgia: Roberto, pensa che io e Pasolini abbiamo tenuto nello stesso periodo una rubrica su Vie Nuove, allora l’abbastanza importante settimanale del PCI, ed entrambi ne siamo stati “bannati” come oggi si dice. Per quanto riguarda me, non ho mai capito il perché, di Pasolini invece,  il perché merita di essere narrato siccome la storia dipinge l’uomo e l’ambiente. A Vie Nuove c’era un ragazzo, un idiota, un fattorino che tutte le settimane andava a casa di Pier Paolo a ritirare la rubrica. Cominciò a lagnarsi con la direttrice del settimanale, una orribile compagna, piagnucolando che tutte le volte Pasolini gli palpava il culo e anche peggio. La donna mandò via invece che lo stronzo,  quello che tu chiami “il più grande Poeta e Letterato, Polemista e Regista del ‘900”  (le maiuscole sono tue). Ora si cominciano a studiare le ragioni profonde per cui il PCI, il più grande partito comunista borghese del mondo capitalista sia finito come è finito, ebbene l’episodio che adesso ho narrato è un succo del succo delle cause profonde. Pasolini uscì come me dal disgraziato Vie Nuove e venne assunto dal Corriere della Sera sul quale tenne in prima pagina una rubrica di enorme successo. Io invece no, si capisce, ma forse solo perché il Corriere non era un rotocalco fotograficamente illustrato.

A Vie Nuove lo avevo incontrato una volta mi pare a una riunione di redazione dove però non prese la parola, e stava in silenzio imbronciato – pareva –  in preda a un profondo disgusto che io riuscivo a nascondere.  Continuai a incontrarlo mi pare due o tre volte a delle cene che dava ogni tanto un ricco psicanalista ebreo per pura vanità, e alle cene qualche volta apriva bocca ma non ricordo che cosa abbia detto. Quello che invece rammento è che a me sia parso la persona più triste addirittura depressa mai vista. Non solo Vie Nuove ma la Roma alta borghese non era il suo ambiente, non era il suo mondo neanche un pochino, e diciamola tutta: gli faceva anche schifo. Il suo mondo era quello dove se tocchi il culo a un ragazzo lui non si offende e ti mostra la lingua, e poi trovi qualcuno che viene anche a letto per un piatto di pastasciutta e un pollo alla diavola.

Pier Paolo Pasolini era un uomo intelligente? Sì, parecchio. Colto? Anche, era il più grande Poeta, Regista, eccetera del Novecento? No, e proclamarlo non è un complimento piuttosto un insulto, perché il Novecento è un vaso di merda e starci dentro come un gran pesciolino rosso non è bella cosa. A Roma era poi odiato a sinistra: dalla base che si dice “sana” e dal mucchio di intellettuali che affollavano la sede del PCI in via delle Botteghe Oscure, i quali pensavano e dicevano perché questo frocio deve essere portato così in alto mentre non si parla di me che so fare di meglio e scopo normale? Pasolini era intelligente e metteva intelligenza e idee originali anche nelle cose che non erano il suo lavoro, come fare il regista: la gente è andata a vedere i suoi film solo se c’era Totò. In conclusione, era un bravo ragazzo terribilmente fragile. Che ebbe l’enorme sfortuna di essere troppo fortunato. Troppo per lui.

Mille e una notte-Pier Paolo Pasolini © Roberto Villa

Mille e una notte-Pier Paolo Pasolini © Roberto Villa

Mille e una notte-Pier Paolo Pasolini © Roberto Villa

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Ricordami per sempre - fotoromanzo Museo Fotografia Contemporanea

Ricordami per sempre fotografie di Marco Signorini soggetto a cura di Giulio Mozzi. Interpreti: Orietta Balestra, Renzo Lissoni. Un progetto ideato e curato da: Matteo Balduzzi, Fiorenza Melani, Diego Ronzio; completato dalle mostre: Ricordami per sempre e Scene da fotoromanzo esposte al Museo di Fotografia Contemporanea, dal 23-10-2011 al 18-03-2012.  Edito da Museo Fotografia Contemporanea Via Giovanni Frova 10  20092 Cinisello Balsamo (MI)  t. 02 6605661; formato 20×28  cm; 64 pagine; tutte illustrate a colori. Distribuito gratuitamente.

Probabilmente sono io che non ho capito bene le cose, ma nella prima pagina di Ricordami per Sempre, in un bel carattere nero che per persino io, quasi cieco, sono riuscito a leggere, si trova il riassunto di tutta la storia e di come finisce: ed è come se in un classico romanzo giallo sotto il titolo si trovasse scritto che l’assassino è Pinco Pallino:  meglio ancora,  siccome si tratta di fotogrammi tagliati e stampati da una lunga inesistente pellicola gialla, il nome del colpevole si leggesse con quello del titolo del film. Ma ripeto che forse sono io che non ho ben capito quello che dopo si legge in testi diversi, e cioè che non si tratta proprio di fotoromanzo ma di una specie di  rapporto antropologico.

Comunque per aiutare il lettore a capire io avrei pubblicato il testo che segue. Che il fotoromanzo davvero fotoromanzo è stato inventato più di mezzo secolo fa, nel 1946 o giù di lì, da quello che è poi diventato un mio amico, Cesare Zavattini, uno dei sette uomini intelligenti, addirittura geniali, vissuti in Italia nel secolo scorso: fu anche l’inventore del nome, del genere cinematografico definito “ neorealismo”, così come dei principali film di questo genere. Come tutti sanno o sapevano, Zavattini scrisse sceneggiatura e dialoghi di Ladri di Biciclette,  girato con un’ampia partecipazione di attori non professionisti, adattandolo al grande schermo sulla base del romanzo (1945) di Luigi Bartolini. Nei titoli di testa oltre alla regia, anche i dialoghi e la sceneggiatura sono attribuiti a Vittorio de Sica allora allievo di Cesare, che fu, possiamo ben dirlo, “autore” anche di Vittorio che sempre glie ne fu grato.

Zavattini aveva capito più di ogni altro il valore della fotografia e scrivendo le sceneggiature di un film a immagini scorrevoli per dare movimento alla storia, scriveva anche la sceneggiatura di una storia a immagini statiche. Pensò naturalmente che anche così la storia molto economicamente e con una Rollei,  poteva essere prima che “girata” fotografata e stampata su carta.

L’idea, il genere, ebbero un successo enorme, per un popolo italiano grande infantile semianalfabeta, la lettura del linguaggio ne testo ne immagine risultava ideale, e poi le storie erano inventate da intellettuali diciamo per ridere, per gioco, con quel paterno cinismo che consentiva di sopravvirere a un tempo penoso e crudele. Il fotoromanzo zavattiniano  ebbe subito molte  imitazioni (Grand Hotel, Bolero Film …): ma l’idea era così semplice, geniale e in fondo onesta che non poteva durare e sopravvivere più di tanto in un paese progressivamente incretinito corrotto e abbruttito dalla televisione, dove il fototeleromanzo si liquefa e cola giù in basso nella grande latrina e può essere distribuito non a centinaia di migliaia ma milioni di “lettori”.

Adesso vedo che un gruppo di raffinati intellettuali contemporanei riesuma il glorioso cadavere lo prende sul serio e lo schiera in battaglia come diceva qualcuno. La mia opinione molto amichevole è che potevano farlo con buon umore, diciamo pure con affettuoso umorismo e anche rimpianto. Ma hanno preferito prendere terribilmente in difficile quello che per l’amico Zavattini era un semplice gioco. Niente di male beninteso e auguri, che poi anche a me potrebbe venire  la tentazione di scrivere un fotoromanzo che fosse la palingenetica obliterazione dell’incosciente che riemerge dal livello sociale e si infutura nell’archetipo dell’antropomorfismo universale. Dove la trama – nel mio –  però si può solo svolgere ad Auschwitz, dove un kapò riconosce alla luce del forno la donna sognata per tutta la vita …. No no, scherzo, non ci penso nemmeno…  dico solo così, per essere all’altezza del tempo.

Ricordami per sempre -  fotoromanzo MUFOCO

Ricordami per sempre -  fotoromanzo MUFOCO

Ricordami per sempre -  fotoromanzo MUFOCO

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Steichen Steichen alla Galleria Carla Sozzani

“Edward Steichen Edward Steichen” mostra di fotografie in stampe vintage a cura di Todd Brandow,  William A. Ewing e Nathalie Herschdorfer , con testi degli stessi. In esposizione alla Galleria Carla Sozzani, a Milano dal 20 novembre 2011 al 12 febbraio 2012 con apertura ai seguenti orari: martedì, venerdì, sabato e domenica, ore 10.30 – 19.30; mercoledì e giovedì, ore 10.30 – 21.00; lunedì, ore 15.30 – 19.30. Galleria Carla Sozzani: Corso Como 10 – Milano – tel. 02.653531 – fax 02.29004080 press@galleriacarlasozzani.org www.galleriacarlasozzani.org
Chi può vada a vedere questa mostra, gli altri possono chiamare Google Immagini, ma poi anche Google Libri, dove si trova una ricca raccolta delle opere di Steichen, il quale crea un grosso problema: o è lui un foto ritrattista e allora non lo è nessun altro che – sia scritto con tutto il rispetto e ammirazione –   restano solo fotografi di fototessere o foto segnaletiche che ingrandite sono ammirevoli, ma sempre però rimangono fototessere e segnaletiche. Oppure, se anche questi foto ritratti sono opere artistiche, allora più non lo sono quelli di Steichen. Che allora cosa diventano? Diventano un prolungamento e un progresso epocale della storia del ritratto fatto a mano, quasi sempre a olio, di cui tanto per fare un esempio nel Louvre abbiamo un enorme e noioso campionario appeso ai muri.
Adesso provo a spiegarmi, poi voi in Google Immagini potete controllare. Nei ritratti fatti a mano di un autore anche famoso e moderno, facciamo l’esempio limite e malinconico di Modigliani, si trova solo un’idea, uno stile come si dice “inconfondibile”, e il bello che questa “mancanza di idee meno una” è considerata un merito. Nei cento ritratti di Steichen l’autore ha avuto per ciascuno un’idea differente, molto differente: cento idee, trovate ideali, non stili perché per essere tali bisogna ripeterli, ma… insomma una cosa diversa dalle cose che sono in tutti gli altri ritratti, e una cosa che a un Modigliani sarebbe bastata per tutta la vita.
E qui viene il concetto importante: il tempo richiesto per fare un ritratto a olio è diecimila volte più lungo di quello per fare un ritratto fotografico delle stesse dimensioni. Per cui Steichen che non era un fotografo ma un pittore, è stato costretto a servirsi della fotografia che è velocissima, altrimenti gli sarebbe scoppiata la testa per le troppe idee. Anche se Steichen a questo non ci pensava, credo anzi che se il pennello fosse stato altrettanto veloce avrebbe dipinto e non fotografato, tuttavia ha dimostrato che la fotografia nella storia dell’arte è un mezzo nuovo che rappresenta, dopo il pennello un salto come quello che nei mezzi di trasporto si è avuto passando dalla carrozza tirata dal cavallo, all’automobile più sofisticata della Ferrari. Chi non fatto, e specialmente in campo di idee, lo stesso salto è il fotografo che si considera “artista” e che usa e continua a usare la Ferrari come se fosse nemmeno una carrozza a cavallo ma un carro agricolo tirato da un bue.

Edward Steichen - in galleria Carla Sozzani

Edward Steichen - in galleria Carla Sozzani

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The Ecology of image - J Benassi

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The ecology of image fotografie di Jacopo Benassi a cura dello stesso, con testi di Maurizio Maggiani, Carlo Antonelli, Pino Rozzi e Roberto Battaglia. Editore: 1861 United, Via Fiamma 18, 20129 Milano, t. +39 02 3211141; contact@1861united.com ; formato 24,5×30  cm; 472 pagine; 458 fotografie in bianco e nero e a colori; rilegato; prezzo non indicato.
Ha dedicato a se stesso un Pantheon Fotografico, dico meglio alle sue opere, e ha fatto benissimo perché se lo merita. Ma cos’è un Pantheon Fotografico? In parole semplici: un librone di culto come i Messali per la Messa, quelli che si vedono sugli altari e durante il rito li portano a destra e sinistra,  dedicato a tutte le fotografie di un fotografo, ma dove sono riprodotte – n questo esempio 458 scelte dall’autore fra migliaia e migliaia –  quelle che  preferisce, dirò meglio: quelle che gli hanno fatto credere e provano indiscutibilmente che Lui è un grande fotografo.
Orbene, questa certezza assoluta glie la danno non solo le immagini scelte ma anche direi soprattutto  le dimensioni del libro:  più grande, grosso, ben rilegato, pesante e lussuoso è il Pantheon librone più diventa la prova del che è vero quello che ho scritto. Ma ora, prima di essere malinteso, scrivo subito che non solo… ha fatto benissimo a farsi il Pantheon, ma che è vero che è vero che sia un bravo fotografo, molto bravo; certo  non dico il più grande di tutta la storia della fotografia, ma insomma: il futuro è nelle mani di Dio.
Ma ora dopo gli elogi sentiti lasciateci fare alcune critiche note sull’opera. Nel Pantheon Fotografico di Jacopo Benassi le immagini sono divise grosso modo in due parti. Nella prima si trovano foto ritratti del genere segnaletico, tipo Wanted per intenderci;  nella seconda parte fotografie di oggetti qualunque, diciamo che sono fotonature morte, fatte per provare che l’autore sa usare con abilità la macchina fotografica e dare così interesse anche a soggetti che non ne hanno. Secondo me è uno sbaglio: un topo morto messo sopra l’altare del Bernini resta un topo morto. Ma lasciamo perdere: l’opera nell’insieme resta validissima.
Invece la parte dove ci sono i ritrattoni dei volti, ritrattoni perché il sembiante riempie spesso a filo di orecchie la pagina, è bellissima; …ha un sistema a dir poco geniale nella scelta del soggetto, un sistema che credo di avere intuito. Si chiede: «mandereste uno con una faccia così a scuola a prendere il vostro bambino per riportarvelo a casa?» Cioè, dirò meglio per non essere frainteso: se aveste un vecchio amico che amate e stimate però con una faccia cosi, e lo mandaste a scuola a prendere il vostro bambino o la vostra bambina, pensate che una maestrina sospettosa glie la lascerebbe portare via, senza poi telefonarvi poco dopo per sapere se è arrivata?
E se … – è sempre l’ipotesi – si risponde in segreto di no, fotografa il tipo e il sembiante finisce nel Pantheon; dimenticavo di dirvi che c’è anche il mio ritratto. Naturalmente vi resta la curiosità di conoscere chi sono gli altri; non c’è soluzione che acquistare il librone: tiratura 1000 copie, oltretutto un oggetto curioso a prescindere da tutto il discorso: vale proprio la pena di metterlo nello scaffale. Naturalmente se lo possedete.

© Jacopo-Benassi

© Jacopo-Benassi

© Jacopo-Benassi

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Phototeca-Google

Phototeca – Fhototeca – Materiali fotografie di AAVV a cura di Ando Gilardi e Roberta Clerici con testi di AAVV; cessata pubblicazione, attualmente in commercio presso il negozio on-line di Fototeca Gilardi; formato 21,5×27,5 cm; 226 pagine; centinaia di immagini e fotografie in bianco e nero e a colori; brossura; Euro da 7,50 a 20,00 secondo lo stato di conservazione e la rarità (tiratura /rese) del magazine.

Tutti conoscono Google, il motore di ricerca per Internet, nato nel 1998, che è in assoluto il sito più visitato del mondo. Oltre a catalogare e indicizzare il World Wide Web si occupa anche di immagini, foto, newsgroup, notizie, mappe e video. Di tutte le pagine che indicizza, Google mantiene una copia cache, un immenso archivio. Il motore di ricerca è talmente popolare che in inglese è nato il verbo transitivo “to google”, col significato di “fare una ricerca sul web”; con lo stesso significato, in tedesco è nato il verbo “googeln” e in italiano il termine “googlare”.
Nessuno sapeva fino a questo momento che il suo precursore, un Google cartaceo, dieci anni prima del trionfo cosmico di quello digitale, è nato in Italia nel 1980, con il nome di Phototeca. Il Google cartaceo, che usciva in edicola ogni tre mesi, prendeva il nome e l’idea da una agenzia fotografica: la Fototeca Storica Nazionale, allora abbreviata come FSN, e che oggi porta il mio stesso nome: Ando Gilardi. Esistevano, allora come esistono ancora, le agenzie fotografiche di attualità, che vendono ai giornali le istantanee degli eventi e dei personaggi del giorno. La Fototeca Gilardi considerò e considera come “del giorno” l’intera storia umana, e cominciò a riprodurre in diapositive Ektachrome a colori, migliaia di immagini fatte a mano, disegnate, dipinte, scolpite dall’uomo, nel corso della sua più lunga giornata durata millenni. Oggi di 30.000 Ektachrome che sono le copie cache per usare la parola di Google, esiste l’archivio che è il più importante il più bello e prezioso di tutta la storia delle riproduzioni fotografiche della produzione iconografica universale. Non è semplice da capire cosa questo significhi.
Come inventori della FSN avevamo invece bene compreso che la Fotografia è una cosa – scusate il rimbombo delle stesse parole – che ancora nessuno pare abbia ancora capito: si tratta come di quello che in matematica si chiama comune denominatore: la cifra che nelle frazioni sta sotto una linea, e per la quale si possono (con)dividere tutte le altre che stanno di sopra. Il più potente denominatore comune è 1 per il quale si possono condividere tutti i numeri, dal 2 all’infinito. Ebbene per l’Uno fotografico puoi condividere, cioè riprodurre, cioè duplicare, cioè rispecchiare tutte le immagini, e anche tutte le cose, e pure le immagini di tutte le cose:perché il Tutto può diventare Uno e l’Uno fotografico il Tutto. Cosa questo significa è tanto facile da dire quanto poi facilmente non si capisce.
Con i progressi del mezzo, degli apparecchi, fotografare è diventato sempre più semplice e soprattutto veloce: spaventosamente veloce. Un’immagine, un “quadro”, un affresco che aveva richiesto mesi di tempo per essere fatto, fotograficamente poteva essere ri-fatto in una frazione di secondo, e anche questo è facile da scrivere ma è difficile, molto difficile da capirne le conseguenze che per la vita dell’uomo sono diventate enormi. Vediamone una: se il tempo del fare e del rifare le immagini si è capovolto da un giorno, da un mese, da un anno in una frazione di secondo, si è capovolto egualmente il tempo di guardare, di leggere, l’immagine rifatta magari da una rifatta. Esiste cioè esisteva come la naturale tendenza di dedicare alla immagine fatta un tempo di attenzione eguale a quello richiesto per farla, ma questo chiamiamolo “istinto” è totalmente finito.
Naturalmente queste saranno metafore ma il lettore capisce cosa nel succo significano. L’immagine soddisfa una necessità che non è secondaria, come più spesso si pensa, ma molti bisogni primari. E l’immagine prende il posto più della stessa Parola, quando diventa impotente. L’immagine è cento volte più importante del pane e del vino: quando diventa per milioni di uomini meglio del nutrimento una medicina indispensabile per salvargli questa e l’altra vita. L’immagine è concretamente nel suo consumo visivo e fisico un rimedio sublime: l’immagine è stata e resta creduta con assoluta certezza per secoli e secoli, la salvezza dai mali peggiori: come la peste bubbonica. Per una immagine sono caduti dei regni come dei governi. L’immagine è un viatico necessario per andare in paradiso: milioni di persone attraversano il mondo per guardare una immagine di cui hanno assoluto bisogno: più che del pane e del vino …
E la fotografia le immagini del corpo e sangue anche di Cristo figlio di Dio, le ri-fa in un attimo: le moltiplica, le ammucchia a milioni, a miliardi: a montagne. E là sotto, seppellita magari da secoli, c’è l’immagine che adesso mi serve – mica sempre per salvarmi dal Diavolo – ma anche piccola piccola per illustrare un piccolo testo, per spiegare meglio una cosa. Ecco che ora ho spiegato e dimostrato, dalle parole che ho scritto in principio, molto utili e molto precise, come il motore di ricerca-immagini chiamato Google-Immagini in Digitale, è nato dal motore di ricerca cartaceo Phototeca nato dalla Fototeca Storica Nazionale.
Le Phototeche avrebbero dovuto e voluto essere una serie interminabile, ma noi poverini che l’avevamo inventata, abbiamo fatto tutto il possibile per continuarla nel tempo, persino fino a cambiagli di nome, ma eravamo nel paese più sbagliato del mondo per farci un motore di ricerca di immagini. Perché? Forse meglio che non lo scriva: diciamo solo che Phototeca è nata in Italia dove, si assicura, si trova metà di tutta l’Arte di tutti i tempi: meno la Fotografia.
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TOILETPAPER magazine #2

Toilet paper magazine #1;  in uscita il #2 presentato il  24 marzo 2011, progetto e realizzazione delle immagini a cura di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari, senza nessun testo… «pensando a chi nelle pubblicazioni guarda solo le figure» secondo le intenzioni degli autori. Edito da: Deste Foundation for Contemporary Art di Atene, con il contributo di Fondazione Nicola Trussardi di Milano. In vendita presso: www.artbook.com e www.lespressesdureel.com . Formato 23 x 29 cm; 44 pagine solo fotografie a colori a piena pagina; brossura; Euro 10,75

Si è acceso da tempo e continua in crescendo fra gli addetti ai lavori un acceso dibattito sul tema se sia morta la Fotografia. Per addetti ai lavori intendiamo i tanti che si occupano di Fotografia senza conoscerla: senza sapere, precisiamo, quello che è veramente. Non è una affermazione sorprendente, e non intendiamo offendere le migliaia di fotografi professionisti, di storici e critici che, da quando è nata, da quasi due secoli, hanno scritto milioni di testi sulla Fotografia: per migliaia di anni sapienti famosi, i più famosi, si sono occupati di astronomia con la certezza che il Sole girava intorno alla Terra, e su questa falsa opinione hanno costruito sistemi astronomici anche geniali. Con la Fotografia è accaduto qualcosa di simile: le sue immagini sono come foglie fatte cadere dal vento, e chi le vede cadere crede da quasi due secoli che sia proprio il loro movimento a muovere l’aria.
Ma non è proprio questo il tema del nostro breve discorso, ma un altro. Semmai sulla colpa che ha la Fotografia nel fare nascere l’equivoco per cui si crede, alla fine, come nel caso del Sole, ai propri occhi, la prima fonte del falso: la colpa consiste nel fatto che la fotografia, che fino dal suo principio era facile, troppo facile, da fare o meglio da prendere, oggi è diventata troppo, direi paurosamente facile, e per un pericoloso meccanismo mentale si crede che di una cosa facile da fare, sia anche più facile parlarne, discutere, ragionarci sopra e alla fine “indovinarne” le cause, gli scopi, gli effetti. Niente come e più della Fotografia rilascia a chiunque lo desideri la licenza di “esperto”. Peggio ancora, uno che sia già esperto, e poi riconosciuto come tale, in una materia che trovi in un appropriato campo un proprio linguaggio e una speciale cultura, trova nella fotografia un facile “basso livello”, uno strumento ideale per dare le prove delle proprie ragioni. Le immagini fotografiche sono una specie di matematica meravigliosa: due più due fotografie, controllate voi stessi, non fanno quattro fotografie ma ventidue, o anche una storia di duecentoventidue …
Ma, ed è questo il tema della nostra piccola orazione, la fotografia si vendica. Come nel caso del grande famoso illustre artista Cattelan. Molti artisti si caricano e scaricano come le pile elettriche, quelle delle batterie tascabili: hanno avuto due cose importanti. Qualche idea e tanta fortuna, e soprattutto in un mondo e in un tempo in cui l’arte aveva trovato il suo simbolo più alto -o più basso – in una scatoletta di merda. Cattelan non è stato capace di aprirla per vedere se c’era qualcosa di bello: un artista oltre che idee e fortuna deve anche avere del genio e Cattelan non ne ha. E ha commesso un tragico errore, quello al quale accennavo di sopra: ha chiesto aiuto alla Fotografia senza naturalmente conoscere neppur vagamente di cosa si tratta. Neppur vagamente. Ha fondato una rivista fotografica, Toilet paper, Carta Igienica, che era già vecchia e inutile al tempo del Futurismo. Che tristezza, mio dio, che tristezza: a me Cattelan piaceva, in un certo senso ne avevo bisogno: non doveva farmi questo.

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Allegro ma non troppo - C.M. Cipolla

Allegro ma non troppo – Le leggi fondamentali della stupidità umana di Carlo Maria Cipolla, 1988.  Il Mulino – www.mulino.it; formato tascabile; 83 pagine; saggio non illustrato. Seconda edizione, illustrata da Tullio Pericoli, 2007; 112 pagine. Entrambe in brossura; Euro 8,80 la prima e Euro 15,00 la seconda.

Si dice e si scrive da tempo che Albert Einstein, il “padre” e praticamente l’inventore della bomba atomica, abbia detto una volta che due cose sono infinite: l’Universo e la stupidità umana, ma che riguardo l’Universo lui aveva ancora dei dubbi. Non credo che il fatto sia vero perché, se vero fosse, Albert Einstein sarebbe stato il più stupido degli uomini di tutta la loro storia. Stupido come chi dia una latta di benzina e una scatola di fiammiferi a un capriccioso bambino per insegnargli che con la benzina non si deve spegnere il fuoco. È vero, purtroppo, che lo stupido ebraico è tutto speciale e possa essere scemo ma pure scoprire che l’atomo eccetera eccetera. Ma fuori dalla specie razziale, in genere non si può essere scemi e scrivere una poesia, e intendo un sonetto del Belli. O un canto civile di Brecht. Come non si può essere scemi anzi bisogna avere del genio, per scrivere un libretto tascabile come quello di Carlo M. Cipolla: “Allegro ma non troppo – Le leggi fondamentali della stupidità umana”, che è già vecchiotto di anni, ma adesso torna di grande attualità in occasione del disastro nucleare in Giappone, e della guerra mondiale contro la Libia, guerra che dichiarata per salvare i suoi abitanti, i cosiddetti “civili” termine che – come si dice – è da solo un romanzo.
Certo che la stupidità, come modo di essere nella norma dell’essere umano, era nota da tempo e se ne ragionava abbastanza, e soprattutto se ne dipingeva: pensate all’opera immensa di Hieronymus Bosch. Ma Carlo M. Cipolla ha il merito grande di avere enunciato per primo alcune sue leggi e averne trovato la formula matematica. Ha fatto cioè quello che ha fatto Einstein con l’atomo, che come tutti sommariamente sappiamo non è proprio eguale per tutti i corpi. E io che non ne so proprio nulla, proseguo banalmente a orecchio: e voi mi scusate. L’atomo direi dell’uranio è forse il peggiore di tutti; orbene la stupidità dei politici è una stupidità all’uranio. Ma poi mi pare che peggio sia invece quello al plutonio: orbene la stupidità di un Obama, per fare l’esempio più grande di tanti possibili, allora sarebbe al plutonio.
E adesso mi è inutile scrivere, perché non sarei più creduto, e poi la frase è contorta, che fuori dall’essere quello che trovasi a essere e non per sua colpa ma degli elettori, il presidente della nazione più armata e guerriera del mondo mi è anche simpatico. E secondo Cipolla non è responsabile di quello che dice e che fa e quello che fa e che dice è anche a suo danno, che di fare lo scemo non ha interesse. Come bene spiega Cipolla parlando in generale, Obama si trova dove si trova perché ce l’ha messo qualcuno per suoi interessi e ragioni private, qualcuno che fa e decide su tutte le cose importanti. Ma che ogni tanto sa bene che per non farlo avvilire e non ingrandire i complessi al di là del limite clinico, gli deve lasciare qualcosa da fare però di nulla importante. Così il potente impotente, battendo le mani come un fanciullo che giochi con i soldatini di piombo, dichiara guerra alla Libia. Non sa dove si trova, non sa che ha meno abitanti che possano fare la guerra, meno di quanti non siano quelli che abitano una sua portaerei: non sa che il fatto che gli Usa facciano la guerra alla Libia fa scompisciare dal ridere tutta la gente del mondo.
Si, ma quanta gente c’è al mondo che si scompiscia dal ridere quando viene a sapere che gli USA e i loro alleati, circa seicento milioni di uomini con armi atomiche, hanno dichiarato guerra alla Libia che ha un milione di adulti civili? È qui che interviene Cipolla, con il suo preziosismo tascabile, che dobbiamo assolutamente conoscere, o che se lo abbiamo già letto dobbiamo rileggere: di esseri umani veri che sappiano scompisciarsi dal ridere per tutta questa faccenda alla Bosch, saremo meno di quanto non sono le centrali atomiche inventate da Einstein mostrando la lingua…

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BLOB2010_©hicodeluigi

BLOB2010 ©hico de Luigi fotografie di Chico De Luigi  testo di Michele Smargiassi; progetto grafico di Inéditart.  Editore: nopanic edizioni, www.chicodeluigi.it ; formato 15×21  cm; 174 pagine; 136 fotografie a colori; brossura; prezzo non indicato.

Chico De Luigi è un bravo fotografo, anzi  bravissimo. Siccome nel piccolo mondo antico della professione sono diventato, e non mi dispiace, un esemplare curioso, dicono divertente, della medesima, ogni tanto qualche fotografo anche fotoamatore mi viene a trovare, per vedere se sono davvero come uno mi immagina leggendo quello che scrivo: testi velenosi contro la fotografia e contro i fotografi, che però non offendono anzi divertono. E anche queste visite non mi dispiacciono, anzi lusingano, e faccio il possibile per non deludere. Cioè faccio il matto, lo strambo, lo scemo rimbambito più di quello che sono; tanto per fare un esempio, alla domanda «cosa è per lei la fotografia?»  rispondo che è la palingenetica obliterazione dell’Io incosciente che si infutura in un archetipo della transitorietà universale.
E sempre, sempre chi la domanda mi ha fatto, poi la risposta si scrive con cura sopra un foglietto; ma torniamo al fotografo Chico De Luigi il quale invece mi ha chiesto cosa NON è per lei la fotografia,  alla quale naturalmente ho risposto che NON è la palingenetica eccetera eccetera, però De Luigi non ha scritto un bel niente. Dalla qual cosa ho capito che aveva capito che stavo tentando di prenderlo in giro: ma era un fotografo intelligente, molto davvero, e allora il discorso ha preso una piega diversa, molto diversa: cioè sono stato io a fargli la visita, a fare a lui le domande. Perché, gli ho chiesto senza raggiri, «perché una persona intelligente e mi pare istruita come tu sei, si è messa a fare il fotografo? Perché hai scelto proprio un mestiere per fare il quale, come ha scritto Nadar, può bastare un idiota?» Ha risposto che se lo stava chiedendo da anni e che la risposta forse migliore, era che da bambino, da piccolo piccolo, aveva visto la mamma fare pipì…
Per me è stata una rivelazione, forse la più grande della mia vita: perché la risposta valeva anche per me. Anch’io mi sono chiesto un milione di volte perché mi sono per tutta la vita, per novant’anni, occupato di fotografia. Forse perché le leggi speciali mi hanno impedito di fare il medico che avevo già superato il biennio e il Test III con ottimi voti? Ma non è vero, i piccoli piccoli hanno una memoria visiva che è meglio della cinepresa, e adesso mi vedo in braccio alla mamma che si alza una notte, mi prende in braccio e discinta mi porta nel bagno con lei a fare pipì.  L’effetto sono terribili sensi di colpa.
Chico De Luigi prima di andarsene mi ha regalato un volumetto importante, diario delle sue fotografie personali, con prefazione, e scusate se è poco, di Michele  Smargiassi. Su queste istantanee ho riflettuto parecchio e potrei scrivere un mucchio di cose. Però mi fermo a una soltanto: per una persona intelligente davvero, la fotografia è una camicia di forza, cucita addosso in una notte lontana da una madre imprudente  affettuosa…

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Controverses

Controverses. Una storia giuridica ed etica della fotografia –  fotografie di AAVV. La mostra si compone di circa 70 fotografie e video, provenienti dalla collezione del Musée de l’Elysée di Losanna e dalle Raccolte Museali della Fratelli Alinari.  11 Marzo – 5 Giugno 2011, Museo Nazionale Alinari della Fotografia – Piazza Santa Maria Novella 14a, Firenze; prezzo biglietto intero € 9,00; ridotto € 7,50

Cito dalla prima notizia di alcuni anni fa, in coincidenza con la prima esposizione  a Losanna, ridiffusa in Italia in questi giorni per la nuova tappa italiana della mostra: «Cette  exposition avait fait du bruit à Lausanne, elle est maintenant à la Bibliothèque Nationale. Elle regroupe environ 80 photographies de 1839 à aujourd’hui, qui ont, pour une raison ou une autre, été le sujet de controverses, longuement expliquées dans des textes à côté des photos et exposés encore plus en détail dans le catalogue. Disons d’emblée que c’est une exposition didactique, dense, qu’on visite lentement; elle est chronologique, alors que, face à ces images, on raisonnerait plutôt par thèmes.»
Ora la mostra si trova a Firenze, e qui in alto si vede il manifesto originale della prima l’occasione, nel quale è stata inserita da me una delle istantanee più “scandalose” della rassegna. Del tema possiamo subito farci una idea più che buona, digitando in Google Immagini la parola Controverses dove oltre a quelle relative alla notizia della mostra se ne trovano centinaia di altre che “scandalose” non sono di meno, come ad esempio quella di un reattore nucleare – stesso modello di quelli che in Giappone stanno esplodendo – che si è impantanato dal peso, a sua volta  inserito da me nel manifesto della rassegna.
Fra le varie ragioni per cui una fotografia può essere giudicata controversa, cioè scandalosa e accusata di falso e mendacio, soprattutto morale e politico,  insomma di volere ingannare lo spettatore, c’è che si tratta di una menzogna evidente visiva. Facciamo un esempio infantile per chiarire il concetto: l’immagine di un grande pollo, una istantanea fotografica, è pubblicata sopra un diffuso importante giornale, nel testo che l’accompagna si legge che «…trattasi di un gallo parlante, scoperto del Madagascar, il quale è nato da un uovo, caduto anni prima, dal cesto di un esploratore sperdutosi nella foresta, che poi era stato covato da un serpente Buru Coa Coa, come lo chiamano gli indigeni, nel cui villaggio l’esploratore, colpito da una paralisi – abbondano molti dettagli –  era alla fine rimasto e, con infinita pazienza, aveva insegnato al gallo a cantare alcune parole in inglese…»
Ora in una mostra di controverse si dice che alla fine è stato accertato che la fotografia è un falso: il gallo è stato fotografato – come provano certi riscontri –  non nella foresta ma nel pollaio di Caterina, per cui ha torto chi dice che  senza le fotografie niente è davvero accaduto: la fotografia, vedete bene come da questa del gallo, non prova proprio un bel niente.

NASA Buzz Aldrin sulla Luna, 20 luglio 1969, Stampa digitale dall’originale, Musée de l’Élysée, Losanna. © NASA, Washington, D. R.

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Ernesto Treccani - La mia città

La mia città. Milano, fotografie e dipinti fotografie di Ernesto Treccani a cura di Toni Nicolini con testi di Fiorella Mattio e Silvia Campese. Catalogo della mostra omonima, Milano – Fondazione Corrente 18 maggio-18 giugno 2010; edito da: Fondazione Corrente, tel/fax +39.02.6572627; formato 15×15  cm; 48 pagine; 35 immagini tra fotografie in bianco e nero e dipinti a colori; brossura, cucito con punto metallico; prezzo non indicato

Propongo un proverbio che fissa anche un principio: piccolo catalogo grande mostra e aggiungo didattica, che poi è quello che conta. Sempre si dice che visitare i musei eleva lo spirito, ma più importante sarebbe se prima ancora elevasse la conoscenza dell’arte spiegando come si fa, quello che è, non quello che pare. Veniamo subito al dunque: Ernesto Treccani, celebre come pittore, nel primo testo di questo prezioso catalogo della sua mostra, è chiamato e non per volo retorico ma per dare un nome al suo mestiere, è chiamato fotografo-pittore. Come semplice fotografo, e adesso assicuro che non scherzo e meno che mai propongo dei paradossi, io leggendo le due parole, fotografo-pittore ho provato soddisfazione, grande soddisfazione: addirittura emozione. Ma spieghiamo cosa si vede in questo catalogo: si vede che Ernesto Treccani quando esce di casa e gira per fare i suoi quadri, non porta cavalletto, sgabello e valigia con dentro tubetti e pennelli, ma una qualunque macchina fotografica. Con la quale fa delle istantanee dei soggetti che gli piace dipingere e che poi li dipinge con comodo nel proprio studio, dove anche se vuole si alza per farsi il caffè: sì lo so cosa adesso potreste pensare, che dal giorno della sua invenzione,  e fino che dura il figurativo, molti famosi e meno famosi pittori hanno usato la fotografia come una protesi della pittura. Ma del resto questo accadeva anche prima che le immagini che si formano sul fondo delle camere oscure fossero fissate, rese stabili. Però, e di questo sono grato davvero all’amico Toni Nicolini curatore di questo catalogo,  però dicevo che non mi era mai accaduto di pensare a me stesso, che per decenni ho fatto il fotografo di musei mostre e rassegne, di pensare a me stesso come artista-fotografo.  Voglio dire che come Ernesto Treccani il quale esce di casa e riprende del vero che dopo falsa nel senso che dipinge, io sono invecchiato scattando del falso dipinto, per poi dopo farne un vero stampato. Meglio ancora se scrivo così, che poi è questa la sostanza del fatto: io fotografo, noi  fotografi artisti verifichiamo! E la parola significa proprio che cambiamo le menzogne della pittura in immagini  sincere, che togliamo la maschera a milioni e forse miliardi di quadri menzogneri.
Mi rendo conto che non sarà semplice prendere come giuste queste parole, quando giuste e precise lo sono. Tuttavia per quello che penso e mi hanno fatto pensare e scoprire, sono grato a questo catalogo, al fotografo-artista Ernesto Treccani e all’artista-fotografo Toni Nicolini.
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don andrea gallo

Don Andrea Gallo in direzione ostinata e contraria fotografie di Pino Bertelli a cura di Paola Grillo con testi di Simona Orlando, Pino Cacucci, Pino Bertelli. Edito da Associazione culturale multimediale Compagnia “Angeli del non-dove”,  tel. +39 0565 35293; formato 20×28 cm; 200 pagine; 169 fotografie in bianco e nero, brossura; Euro 30,00.

È un grande fotografo, per essere esatti un grande foto ritrattista di quanti ne conosco forse il maggiore, anche perché fotografa in bianconero.  Il colore a volte arricchisce la fotografia ma a volte la rovina, e questo è il caso appunto del ritratto, perché nel ritratto, intendo quello del volto soltanto, il colore spegne lo sguardo. Una volta ho scritto, oppure ho letto, ormai mi confondo, che dagli occhi si vede se un essere vivente ha un’anima, se ha l’Anima con la maiuscola. Qualunque essere vivente, non l’uomo o la donna soltanto. I cani ad esempio ce l’hanno sempre l’anima. Addirittura a me sembra che siano un’anima con un cane intorno. Gli uomini adulti l’anima ce l’hanno di rado, le donne un po’ meno. I bambini invece hanno l’anima da piccoli che poi gli si spegne fino ad azzerarsi del tutto: dopo i dieci anni è morta del tutto.

Parlo di queste cose per parlare di Pino Bertelli: questo suo libro ha il nome di un prete, diciamolo subito un grande prete simpatico, ma nella sostanza è una sua autobiografia e una bella raccolta dei suoi animati ritratti. Sono quelli degli ospiti della comunità di San Benedetto al Porto di Genova: una comunità religiosa di persone che credono in Dio e che “guardano qualcuno dall’altro solo se cade e lo aiutano a rialzarsi”. Bello il dirlo ma falso purtroppo: dalla vita ho imparato che quando uno cade e uno si piega per tirarlo su, il caduto lo abbranca per tirarselo giù sotto lui.  Io mi ricordo di certi ritratti di Pino Bertelli a certi caduti che fanno così, i quali avevano l’anima che si vedeva dagli occhi. Se scrivo questo è per dire che l’anima non è un privilegio dei buoni soltanto, di quelli di San Benedetto e dei loro fratelli e sorelle, ma anche degli altri, di quelli che fino dall’infanzia, secondo il mio vecchio modo di dire, hanno imparato a sparare, a non cadere, a stare in piedi. E in questo bellissimo fotoritrattistico libro di Pino Bertelli ci sono esempi eloquenti.

Ne farò due che sembrano provocazioni ma non lo sono: io di Pino Bertelli sono amico da sempre, e ci vogliamo bene e ci stimiamo.  Occhi specchio dell’anima di uno di quelli che hanno imparato a sparare fino da piccolo, sono proprio quelli di Don Andrea Gallo che è il fondatore della comunità del Porto di Genova: sottili, taglienti, spietati, due occhi da tigre che stanno a quelli del cane come gli occhi del prete a quelli dei suoi protetti, ma meglio direi  le sue vittime che strappava dal paradiso per riportarli all’inferno terreno. L’altro con gli occhi cattivi è proprio Pino Bertelli, però direi non cattivi ma  sarcastici. Sia lui che don Gallo guardano in obiettivo col sigaro in bocca: la maschera, il trucco che serve ma non ci riesce a nascondere le colpe i rimorsi e i rimpianti, dei quali non voglio dir nulla: il sigaro non giunge allo scopo.

Ripeto ancora una volta: un grande fotografo!

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Les resistances juives

Les Résistances juives pendant l’occupation fotografie di  AAVV a cura di Georges Loinger e la partecipazione di Sabine Zeitoun; con prefazioni  di Simone Veil, Jean-Louis Crémieux-Brilhac, André Kaspi e Serge Klarsfeld. Editom da: Albin Michel, 22 rue Huyghens, 75014 Paris – www.albin-michel.fr ; formato 19×24,5 cm; 272 pagine; 148 fotografie colore, 2 cartografie; rilegato, Euro 29,00.

All’inizio di questo libro di storia si legge una frase di Jean Louis Cremieux Brilhac, vecchio partigiano giudio e storico illustre della Resistenza francese, che non riapre una antica piaga ma  scopre che non è mai stata chiusa: «Alla leggenda secondo la quale gli Ebrei in Francia si sono lasciati massacrare come pecore al macello, questo libro dà una risposta eclarante»   Purtroppo la risposta eclarante non lo è, o almeno andrebbe  precisata con le parole  «… tranne una minoranza trascurabile, si sono lasciati massacrare …». Ma anche corretta così non è sincera del tutto, specialmente se si riferisse fuori di Francia all’Europa,  dove ogni volta che venne loro ordinato, gli Ebrei al macello hanno dato una mano. Perché due sono le vergogne, le colpe, le piaghe, che concludono la storia d’Europa nel secolo scorso: la prima è quella della vergogna della gente comune, che ha assistito con serena incoscienza allo sterminio di milioni di vittime; la seconda piaga è quella della vergogna delle stesse vittime che, in file ubbidienti,  sono andate alle fosse comuni, molte volte scavate dai padri ai figli per vivere un’ora di più.
Hillberg, lo storico principe della distruzione degli Ebrei d’Europa, ha spiegato l’inconcepibile rassegnazione di massa delle vittime, per il fatto che «erano strette nella camicia di forza della loro storia». Quindici secoli di sputi in faccia e calci in culo, nell’ultimo secolo di pogroom feroci, forse chissà che davvero non possano abituare all’idea che una soluzione finale possa essere inevitabile, forse che sia la conclusione di una naturale vicenda: naturale proprio come quando d’autunno cadono le foglie. E gli assassini? Gli assassini non sono assassini, sono come il vento che soffia per farle cadere e può anche accadere che anche le foglie di buona volontà possano alla fine esserne grate. Poi la soluzione finale era risaputa e prevista da un secolo dai tanti, che avevano lasciato l’Europa per le lontane Americhe, e i sionisti fanatici per la Palestina, il grande ritorno romantico nella terra dei padri …  Cosa concludo con questo? In breve, che bisogna, palando da vecchio sionista, che le piaghe sarebbe meglio dimenticarle, che i giorni della memoria sono la cosa più stupida che sia stata inventata: oggi  a Berlino, tanto per dire, vivono più Ebrei che negli anni trenta, con una sinagoga magnifica nuova fiammante, e a Vienna una delle maggiori attrazioni sono i ristoranti kasher…
E i libri come questo? Ho tanta comprensione per Georges Loinger, però devo dire che il quinto capitolo,  forse il più documentato di tutti, dedicato alla fabbricazione dei documenti falsi per trasformare gli Ebrei in Ariani, mi ha fatto sorridere: ecco non vorrei che la storia degli Ebrei d’Europa, dopo la “soluzione”,  finisse in una “comica” finale…

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I paleopaperi e altre storie

La Storia Universale Disney. I Paleopaperi e altre storie. Dalle origini all’Homo sapiens a cura di Lidia Cannatella e Massimo Marconi; concept: Stefano Ambrosio;  con testi di Anna Parravicini e Claudio Riva; coordinamento editoriale: Lidia Cannatella. RCS quotidiani S.p.A., tel +39 02 25841; formato 17×24  cm; 192 pagine; Interamente illustrato: tavole a fumetti, illustrazioni e fotografie tutte a colori; brossura, allegato al Corriere della Sera e alla Gazzetta dello Sport; Euro 7,99 + il prezzo del quotidiano.

È il primo di una serie di 34 volumi, dove la Storia Universale è ripercorsa, dal bang iniziale fino al nostro presente informatico, dai personaggi  della banda disneyana di Topolino.  Il primo volume racconta la preistoria dalle origini all’homo sapiens, che appare nei panni, cioè nella pelliccia, di Pippo Sapiens. La scelta di Pippo per sostenere la parte dell’Uomo è naturalmente premeditata:  dei personaggi della banda di Topolino, e tutti certamente lo conosciamo, è lo scemo per antonomasia: è simpatico, simpaticissimo, è impossibile  non volergli  bene, ma è stupido che di più non si può, è un Scemo che Pensa cioè Sapiens! E sta in questo il guaio di sempre  che il primo volume di questa serie illustra molto bene. Facciamo un esempio, Pippo Sapiens pensa alla ruota, ha l’idea della ruota ma la fa quadrata, e devono passare milioni di anni perché diventi rotonda, peraltro in seguito a un incidente, o a un intervento dall’Alto, sotto forma di parallelepipedo di marmo nero. Altro esempio: a Pippo Sapiens può venire l’idea del Linguaggio, cioè del modo di esprimere i suoi sentimenti, le sue emozioni, non solo con pochi versi animali fissi, come il raglio dell’asino, ma suoni più vari, più articolati:  e questo succede perché il pesante monolite (Dio?) al quale lo scemo bussa con le nocche come a una porta  per farsi aprire,  gli cade addosso schiacciandolo come uno scarafaggio. Spuntano dalle parti le braccia e le mani si aprono e chiudono e si sentono delle grida, non più dei versi ma suoni di Pippo: «fatemi uscire, tiratemi fuori, aiuto aiuto…» questo nelle parole di adesso. Però è in quel momento che nasce non solo il linguaggio nel senso di parola scrivibili dopo altri milioni di anni con segni che sono vocali e consonanti, ma nasce altresì la mimica delle braccia e delle mani che s’agitano e sono legati da un senso ai suoni, insomma allo spettacolo scenico: al teatro.
Il volumetto, e questo non deve sembrare una battuta, ci suggerisce una risposta all’eterna domanda alla quale già hanno risposto in modi diversi rimasti opinabili, se le conquiste del genio come la ruota, il fuoco, il linguaggio… l’atomica, siano nate dagli errori di Pippo Sapiens o viceversa. Il volumetto  risponde in modo allegro,  “umile e lieto” che in certi momenti a me ricorda le catechesi evangeliche: la parola migliore è forse in modi innocenti. Il volumetto nelle sue forme esteriori appare rivolto ai bambini, ai ragazzi,  allora mi permetto di chiudere con queste “istruzioni per l’uso”: …sì ma se già hanno preso con lode almeno tre lauree.

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Cimitero di Praga_cover

Il cimitero di Praga di Umberto Eco con illustrazioni di AAVV anonimi; Bompiani – RCS libri +39 02 25841;  formato 18×24  cm; 528 pagine;  illustrazioni in bianco e nero; rilegato; prezzi: cartaceo, Euro 19,50; e-book (Epub o Pdf) Euro 13,99

Manca in tutti i romanzi di Umberto Eco, ma specialmente in questo, un foglio con le istruzioni per il lettore. Non intendo una prefazione ma quello che si dice in tv nella pubblicità di certi prodotti che sarebbero “anche” farmaceutici: «Attenzione!» si dice severamente  «si tratta di un medicinale, leggere attentamente le istruzioni prima dell’uso!» Le quali istruzioni, per i romanzi di Umberto Eco, non dovrebbero essere stampate nel libro, in cima o in fondo, ma in un foglio a parte piegato fra le pagine. Dove si mette in avviso il lettore, che non commetta imprudenze: non caschi nei trucchi e nelle trappole in cui Eco è maestro. Poi pure risparmi il tempo prezioso della lettura sprecata:  Umberto Eco ha la libidine della scrittura, per lui il testo è una droga, quando comincia e si scalda la penna non trova più la forza di smettere, anche se sono finite le idee e le altre risorse: Eco è un grande maestro del copia e incolla, lo ha inventato lui si direbbe. Per cui si consiglia il lettore di chiudere il libro del quale ci stiamo occupando alla pagina 300, le altre 200 guastano il gusto e il ricordo piacevole delle prime 300 che, anzi, si possono un giorno tornare a rileggere … questo per dare un’idea di quello che intendo come foglietto di istruzioni da allegare ai romanzi di Eco.
Ma infine, cosa si trova in questo che è il sesto di Umberto Eco. Prima di tutto non è affatto un romanzo scritto sotto forma di diario, e il diario, lo scrive lui stesso, «è un testo nato per essere letto solo da colui che lo ha scritto…».

Immaginate un attore, un grande attore, pronto per entrare nella  scena, fortemente illuminata, davanti a una sala immersa nel buio profondo. Nulla si vede ma lui sa che è affollata… [segue nel videoclip qui…]

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Enrico Berlinguer

Enrico Berlinguer. Il sogno di un’altra Italia. Fotografie di Luigi Ghirri a cura di Lorenzo Capitani, con testi di AAVV; Vittoria Maselli Editore, via Monsignor Pietro Tesauri 1A, Correggio, RE 42015 – tel 3381577689; formato 22×30  cm; 200 pagine;  20 fotografie in bianco/ nero e colore; brossura; Euro 18,00

Copio e consiglio di leggere ai giovani se ancora esistono: «E’ uscito Enrico Berlinguer, il sogno di un’altra Italia (Vittoria Maselli Editore, 200 pagine, 18 euro), un libro scritto dal reggiano Lorenzo Capitani – docente di Storia e filosofia al liceo Ariosto Spallanzani di Reggio – con lo scopo di rendere omaggio alla figura di Enrico Berlinguer a 25 anni dalla sua morte. Il testo ripercorre la vicenda dello storico segretario del Partito Comunista Italiano, dagli esordi nel 1972 fino alla tragica scomparsa, dopo il comizio di Padova, nel 1984.»

I cinque capitoli del volume celebrano il segretario Enrico – senza nessuna volontà di santificarlo – con interviste e contributi inediti di personaggi reggiani e non che lo conobbero; con la trasposizione dell’ultimo discorso che Berlinguer pronunciò alla Camera: «Prefazione ai ‘Discorsi di Palmiro Togliatti’» e soprattutto con le splendide foto di Luigi Ghirri accompagnate dagli interventi della moglie dell’artista e di Marco Belpoliti.
Proprio il confronto tra le immagini con cui il grande fotografo ritrasse la Festa nazionale dell’Unità del 1983 tenutasi a Reggio con quelle di una odierna Festa del Pd, è in grado di evidenziare, meglio di qualsiasi altro documento, il declino della sinistra italiana passata dal 34,4 % di consensi (del Pci) nelle elezioni del 1976 alla scomparsa nel 2008 delle sinistre radicali dal parlamento, dal carisma coinvolgente di Berlinguer – venne addirittura definito un culto – alla mancanza totale di un leader, dalla questione morale ai candidati del centrosinistra inquisiti: dalla Woodstock tinta di rosso nel 1983 a una smorta fiera arcobaleno nel 2010….

Enrico Berlinguer, personifica la complessità della politica degli anni ’70 e ’80, un periodo di transizione e di incertezza, che culminerà con la caduta del muro di Berlino nel 1989. Questo decennio spartiacque viene interpretato dal segretario del Pci, con abile sdoppiamento che lo porta a rimanere fedele alle sue origini politiche filo-marxiste, ma al contempo a cercare i contatti con i cattolici (celebre la sua corrispondenza con il vescovo di Ivrea Mons. Luigi Bettazzi) e quindi ad avviare le trattative politiche di ampio raggio che avevano come obiettivo il compromesso storico.

Il segretario del Pci inoltre, in piena Guerra Fredda, gestì in modo coraggioso e innovativo anche la politica estera, criticando le posizioni repressive assunte dall’URSS nei confronti dei rivoltosi Cecoslovacchi ed effettuando aperture alla Nato, che secondo lui era “uno scudo utile per la costruzione del socialismo nella libertà, un motivo di stabilità sul piano geopolitico ed un fattore di sicurezza per l’Italia”. Enrico Berlinguer fu il primo riconoscere la necessità per i partiti comunisti europei di affrancarsi dal costante controllo sovietico: l’Eurocomunismo.

Queste posizioni fecero sì che i vertici del Pcus non lo vedessero di buon occhio, tanto che, durante una sua visita in Bulgaria nell’autunno del 1973, l’auto di Berlinguer venne travolta da un camion militare. Il segretario se la cavò e da subito, come ha rivelato il senatore Emanuele Macaluso, sospettò che non si fosse trattato di una fatalità ma che nell’incidente ci fosse l’ombra del Kgb…Per quanto riguarda la politica interna, insieme al concetto di austerità (richiamato pochi mesi fa dal ministro Tremonti), Berlinguer pose al centro del dibattito la questione morale e le parole pronunciate negli anni ’80 – nonostante il progressivo mutamento dello scenario politico dovuto ad avvenimenti storici, economici e sociali (dalla caduta del muro di Berlino, alla recente scissione del Pdl) – restano ancora oggi del tutto appropriate per descrivere la crisi politica che stanno attraversando tutti i partiti italiani, anzi sono quasi profetiche:

«Riforme delle istituzioni volte a ridare efficienza e snellezza al loro funzionamento sono certo necessarie. Ma esse a poco servirebbero se i partiti rimangono quello che sono oggi, se seguitano ad agire e comportarsi come agiscono e si comportano oggi, se non si risanano, se non si rigenerano , riacquistando l’autenticità e la pienezza della loro autonoma funzione verso la società e verso le istituzioni». E ancora: «I partiti di oggi non fanno più politica, sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente; idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono i più disparati, i più contraddittori, i più loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune».

Di Berlinguer si è scritto tanto, ma a 25 anni della sua scomparsa è giusto soprattutto per i giovani – oggi disamorati della politica – rispolverare i suoi pensieri perché, come afferma l’autore del libro Lorenzo Capitani: «Quando pensiamo ad Enrico Berlinguer, al di là delle più complesse letture, pensiamo alla pressante necessità di dare una forma concreta e condivisa a quello che oggi può apparire solo come un sogno: il sogno di un’altra Italia» poi dopo appena quattro anni venne Occhetto il nuovo segretario del PCI, che propose di cambiare nome al partito togliendo la parola comunista. Io propongo di vedere o rivedere il film Fantozzi Comunista se si vuole capire davvero la storia degli ultimi cinquat’anni d’Italia .



‎…. nella foto: 400.000 Fantozzi ….
Enrico Berlinguer-2

Controverses

Una storia giuridica ed etica della fotografia

11 Marzo – 5 Giugno 2011

Museo Nazionale Alinari per la Fotografia – Firenze